I Vostri Racconti

 
 
 
 
 
 

 

 

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Concorso letterario Matteo Quaresima

 

 

Racconto PRIMO CLASSIFICATO

IL FRASTUONO DEI RICORDI

Un grido.
Un grido lacerante.
Poi, il silenzio.
Sobbalzai, la fronte imperlata di sudore. L’ennesimo incubo, era solo l’ennesimo incubo.
Luce.
Avevo assoluto bisogno della luce. Annaspai, alla ricerca dell’interruttore. Lo trovai e mi sentii subito rassicurata dall’alone giallo che invase la mia camera. Gli oggetti avevano ripreso le loro forme e i loro contorni abituali.
Respirai lentamente, a pieni polmoni. Silenzio. Tutto attorno a me, silenzio.
Quello che in realtà nella mia testa era un frastuono di rumori, di suoni, di parole.
Il rimbombo di ricordi. Il rimbombo di attimi ed emozioni.
Una eco continua dell’ultimo anno della mia vita. Quello responsabile di aver fatto esplodere all’improvviso la bolla in cui ero vissuta fino a quel momento. Quello che aveva repentinamente cambiato il corso piatto e rassicurante della mia esistenza. Inconsciamente, lo sguardo cadde su un braccialetto dalle perline colorate che risaltava sulla superficie candida della scrivania. Trasalii. Strinsi i pugni quasi con violenza, per controllare l’impetuoso sopraggiungere dei ricordi. Fu uno sforzo inutile. Essi erano riusciti a portarmi via, come sempre. Come uno Tsunami violento e repentino a cui non puoi sfuggire. Non hai tempo,non hai scampo.

Un parco. Un basso muretto pieno di graffiti. Una panchina lì vicino. Una risata fragorosa e cristallina.
<< Te l’avevo detto! Un braccialetto così colorato sta meglio al polso di una ragazza, che a quello di un ragazzo. E’ bellissimo e ho vinto io. Non sperare che te lo renda indietro…non lo farò mai! Hai capito?>> gli domando, buttando giù l’ennesima risata.
<< Ma la vuoi smettere di parlare a vanvera…insomma…sembri una macchinetta!>> dice lui, anziché rispondere. Poi, il suono della sua risata all’unisono con la mia.
I volti che si avvicinano.
Le labbra che si cercano.
Si trovano.
La sua bocca sulla mia.
Un bacio lieve,timido. Il primo.

Riuscii a tornare al presente. Presi la testa fra le mani. Socchiusi le palpebre. Sapevo cosa stava per accadere. Il cambiamento. Fra poco sarei stata bombardata dalle immagini del cambiamento. Scossi la testa. Mi opposi. Fu di nuovo inutile. I ricordi rimbombarono nel cervello.

Il solito parco. Il solito muretto. La solita panchina lì vicino. Nessuna traccia della risata fragorosa e cristallina.
Un paio di occhi marroni accesi dalla collera.
Un paio di occhi celesti gonfi di lacrime.
<< Ho detto va via. Non ho bisogno di te. Va via. O diventi come me o vai via. Tanto se non vuoi fare quello che ti dico, vuol dire che non mi ami. Perciò va via. Va VIA.>> ordina lui, in tono autoritario, deciso.
<< Tu…non puoi chiedermi questo, lo sai. Hai visto la droga come sta riducendo te. Come puoi permettere che accada lo stesso anche a me. Ti prego, ragiona. La droga non cancellerà i tuoi problemi. Non cancellerà le violenze di tuo padre. Sta solo cancellando quello che eri, quello che di buono c’eri in te. Tu non stai cancellando i problemi, ti ripeto, tu stai cancellando la tua vita e con essa anche me. Ti supplico… lascia che io mi rivolga a quel centro di cui ti ho parlato. Lì ti aiuteranno. Io ti starò vicino… >> lo imploro.
<< Cosa vuoi saperne tu di me, dei miei problemi…sei solo una ragazzina viziata che della vita vera non sa e non saprà mai nulla. Se vuoi continuare a stare insieme a me, ti devi adattare. O diventi come me, o mi dici addio.>> ribadisce, più fermo di prima.
Nessuna protesta.
Un pianto sommesso.
Il capo che si china.
L’ultimo sguardo.
L’ultimo imploro.
L’addio.

Quando tornai nuovamente al presente, una lacrima scivolò lungo la gota. Cercai di rilassarmi, ma in me, causato dall’ultimo ricordo, si insinuò il pensiero dell’incubo che avevo preso a fare dopo quel giorno. Dopo il giorno dell’addio. Quell’incubo sempre identico, che era diventato l’agonia di ogni mia notte. Lo stesso per cui poco prima avevo gridato e mi ero svegliata di soprassalto, madida di sudore…

Il suo sorriso. Il sorriso dei tempi migliori. Quello intenso, genuino, pulito. Quello per cui avevo perso ogni difesa tanto era bello, sin dal primo istante. Le sue braccia protese verso di me. Io annuisco radiosa, allungo la mia mano verso di lui. Cerco la sua, ma non la trovo. Finisco per annaspare disperata, perché non riesco a raggiungerlo, non riesco ad intrecciare la mia mano nella sua. Poi, all’improvviso, il suo sguardo muta. Non vi è più traccia di dolcezza. Solo odio, rancore, rabbia. Nel vederlo non posso fare a meno di trasalire. Un attimo di sbandamento. Adesso ho paura a prenderlo per mano. Non cerco più di farlo. Non riesco a muovere un singolo muscolo. Sono immobilizzata, ferma. Respiro a fatica. Le lacrime bloccate agli angoli degli occhi, le labbra increspate in una preghiera silenziosa. Lui sorride beffardo, scuote la testa. Mi rivolge un’occhiata di sfida, poi infila la mano nella tasca dei pantaloni e fa per girarsi. Piango. Ma non riesco a fermarlo, non riesco a correre per raggiungerlo e dirgli qualsiasi cosa. E poi ho paura. Ho paura dei suoi occhi. Ma lui dopo qualche passo, torna indietro. Con un balzo mi raggiunge, mi stringe la mano nella sua... e un vortice completamente nero, risucchia entrambi. Io cerco di sfuggirgli, ma più provo ad uscirne, più quello mi risucchia. Più mi oppongo, più forza impiega per portarmi giù nei suoi abissi. Alla fine mi arrendo. Chino il capo. Non piango più. Alzo lo sguardo all’improvviso. Davanti a me c’è un enorme specchio. Riflette la mia immagine. Sgrano gli occhi. Sono iniettati di rabbia, di odio, di rancore. Proprio come i suoi. La droga ha cancellato anche me.

Gridai esasperata e scoppiai in un pianto dirotto.
Era bastato semplicemente richiamare alla memoria quell’incubo, per provare lo stesso terrore, la stessa angoscia, di quando ogni notte lo sognavo davvero. Sapevo che quell’incubo non stava a rappresentare soltanto la paura di finire nella trappola della droga, ma anche il lacerante senso di colpa che provavo, nel pensare di aver abbandonato una persona che amavo al suo Destino. Ma a sedici anni sei troppo fragile, troppo piccola per combattere contro un nemico del genere, soprattutto quando dall’altra parte non vi è nessuna voglia di uscirne. Aveva preferito la droga all’amore, alla vita. Era stata una scelta, io non potevo farci più nulla. Me ne resi conto all’improvviso, dopo tanti mesi, me ne resi conto solo quella notte. Esalai un lungo respiro. Considerai che per lui non ci sarebbe stata più alcuna possibilità di riscatto, ma per me era diverso. Io avevo sì lo sguardo oramai spento e disilluso, ma non v’era ancora traccia di un cambiamento irreversibile. Se mi fossi sforzata, sarei riuscita a tirare fuori nuovamente quel luccichio di voglia di vivere, di fiducia nei confronti dei sogni. Quel vortice che aveva risucchiato lui, non aveva ancora risucchiato me. Io potevo tornare a sorridere, ad amare, a vivere. Certo, non avrei potuto cancellare ciò che avevo vissuto. Il ricordo sarebbe rimasto per sempre. Ma almeno avrei potuto cancellarne quel frastuono ossessivo, roboante. Istintivamente, afferrai l’i-pod sul comodino. Infilai le cuffiette e misi la musica al massimo. Nella testa cominciarono a risuonare le note. Niente più silenzio.
Niente più frastuono di ricordi. Solo musica. Luce e musica.

Valentina Pescatore

 

 

Racconto    SECONDO CLASSIFICATO  ex-aequo

 

 

 

IO SCELGO NOI

 

Tutto era cominciato quella vigilia di Natale. Non vedevo mai l’ora che passasse il Natale, odiavo i pranzi e le cene con tutti i parenti di mia madre e sopratutto odiavo il suo fidanzato che ormai trascorreva il Natale con noi da ben dieci anni. Carlo Imbrunati, un tipo qualunque senza personalità né carisma, mia madre era una bella signora, ma non pensavo fosse così stupida da rimpiazzare mio padre con un tale babbeo. Era stato così difficile accettare il divorzio che quando mia madre mi aveva presentato quell’imbranato non mi aveva fatto né caldo ne freddo. I miei sedici anni si vedevano appena, non assomigliavo neanche un po’ ai prototipi di ragazze della mia scuola, belle alte e completamente prive di un cervello. Ma questo non mi importava, avevo le mie poche ma buone amiche e soprattutto avevo lui, il mio Gabriele. Erano le sei e trenta di un pomeriggio gelato, io me ne stavo distesa sul mio letto e fissavo il soffitto cercando di non pensare a quella sensazione di nausea e di debolezza che mi accompagnava da qualche settimana. Mia madre mi aveva detto che ero solo un po’ agitata, che forse dovevo prendermi un po’ di pausa da tutte quelle ore che passavo sui libri, ma io ero ormai quasi completamente certa che dentro di me stava crescendo qualcosa di molto più grande di una semplice stanchezza e stress da scuola, qualcosa che mi stava piano piano rendendo diversa. Gabriele era entrato e si era seduto sul letto accanto a me e mi aveva dato un bacio sulla fronte come faceva di solito. Mi faceva sentire al sicuro ed era l’unica persona di cui non avrei potuto fare a meno, sapeva darmi tutto quello che mi serviva, e in quel momento avevo solo bisogno di lui e del suo amore. Mi aveva guardata e mi aveva accarezzato la pancia.

“ Hai ancora la nausea?”

“Si Gà, pensi che dovrei farlo?”

“ Sono due mesi e mezzo ormai, penso sia il momento Carolina”

Mi alzai dal letto e aprì il cassettino della scrivania tirando fuori una scatolina che avevamo comprato insieme  qualche settimana prima, ero andata in bagno e avevo seguito le istruzioni. Poi lo avevo appoggiato sulla scrivania e mi ero seduta fra le braccia di Gabriele. Tre minuti, solo tre minuti che sembravano durare giorni, non parlavamo, non avevo paura ma Gabriele si. Lo sentivo il suo cuore che batteva sulla mia schiena, e sentivo le sue mani che non erano mai state così fredde. Cercavo di stringerle come per dirgli –stai calmo amore, sono sicura che è tutto apposto- ma il tempo non passava iniziavano a salirmi i nervi, quel termometro strano stava lì sopra e ci avrebbe salvato o rovinato la vita. Non potevo più stare calma,era il peggior pastrocchio che potevamo fare ma non si poteva tornare indietro quello era chiaro. L’orologio aveva segnato l’ultimo secondo dell’agonia. Mi ero alzata piano lasciando cadere di colpo le braccia di Gabriele.

“Allora? Cosa dice? Quante sono Carolina? Perché continui a fissarlo senza dire niente? Caro!?”

“ Sono in cinta”

Avevo rifatto un altro test qualche ora più tardi e c’era stata la conferma. Due lineette rosse.

Agitavo il test fra le mie mani sperando che le lineette si cancellassero, come se cancellando quelle avrei potuto cancellare anche l’errore che avevamo fatto. Esatto errore, in quel preciso momento sia io che Gabriele ci  sentivamo due mostri, due persone senza cuore che avevano dato praticamente inizio alla vita di un essere che sarebbe stato per noi un “ errore”, un qualcosa di sbagliato, di negativo, un qualcosa che non ci sarebbe servito a niente se non a piangerci addosso, sedici anni e un problema troppo grande. In quell’ istante avrei voluto chiudere gli occhi e risvegliarmi l’indomani non avendo più nessuna preoccupazione, nessun dolore, nessuna creatura dentro di me. Non ci

avevo mai pensato fino ad allora a quella cosa che i grandi chiamano “ gravidanza”. Si certo, io e Gabriele volevamo una famiglia, quando saremmo stati adulti e sposati, con un lavoro. E invece ora a pochi giorni dopo il nostro sedicesimo compleanno eravamo finiti in un bel guaio. Continuava a passarmi davanti e piagnucolare, sentivo il nervoso al cervello e avrei voluto spingerlo e buttarlo di sotto.

“Gabriele vuoi farla finita? Pensi che se piangi e ti disperi il bambino sparisce?”

-il bambino- lo avevo detto, mi ero sentita stupida e non grande. Desideravo semplicemente essere lasciata in pace da tutti per vivere la mia vita con chi e come mi pareva. E questo bambino cosa voleva da me? Ce lo avevo messo io dentro di me e non lo sentivo per niente roba mia, lo avevo creato io, con una parte di me e non riuscivo a sentire nient’altro che dolori. Gabriele  bisbigliava parole tra se e se, fregandosene di me che me ne stavo sul letto priva di emozioni concrete. Mi ripeteva come per convincermi che forse dovevamo ucciderlo prima che si fossero formate le unghie, diceva e diceva ma non capivo niente, come se le parole fossero prive del loro significato, non mi faceva effetto nulla; se mi avessero detto che avevo una malattia incurabile in quell’istante non me ne sarei preoccupata, vuota, come in una bolla di vetro.

“Bene allora dobbiamo decidere cosa fare, subito, in questo momento”

“ Io credo che dovremmo dirlo ai nostri genitori”

“ Sei forse impazzita Carolina? Ce ne dobbiamo sbarazzare e basta non deve saperlo nessuno, sai che cosa si direbbe

in giro di noi? Che abbiamo fatto un gesto insensato e che siamo degli assassini. Dobbiamo liberarcene prima che

qualcuno possa farci cambiare idea, sarebbe la rovina”

“ Ok e cosa vuoi fare?”

“ Portarti al consultorio è chiedere informazioni su come procedere”

“ Ti diranno che a due mesi e mezzo i il bambino è già più grande di un fagiolo, ha già la sua forma, è già un umano in

miniatura. Non acconsentiranno mai”

“ Siamo noi a decidere cosa fare”

Mi sentivo come estranea al mondo e quello che mi stava succedendo ma ci misi presto a realizzare. Gabriele se ne era

andato e io ero dovuta scendere alla cena della vigilia. Se fino ad allora odiavo il Natale quell’anno lo detestavo ancora di più. Non avevo mangiato quasi niente, man mano che iniziavo a capire che non era per niente facile accettare la cosa che stavo realizzando mi sentivo sempre più male, più agitata e lo stomaco in gola, come una farfallina chiusa in un barattolo di vetro, senza aria imprigionata in un qualcosa più grande di lei. Questo bambino sarebbe stato mio figlio, avrebbe assomigliato a me e avrebbe osato chiamarmi mamma. Solo sedici anni fa la mia mamma era nei miei panni con la sola differenza che lei mi aveva sognata per ben otto anni e io, che di questo bambino non ne avevo mai avuto un pensiero lo avevo trovato nel mio ventre, che si nutriva del mio cibo e respirava nel mio respiro. Era mio, era il frutto di quello che c’era tra me e Gabriele, dell’amore che ci portavamo avanti da quando eravamo piccoli, ma il problema era che io ero ancora piccola, ero ancora troppo ingenua per affrontare questo. Crescerlo, insegnargli a stare composto e a rispondere con cortesia, ad essere sempre leale e sincero a non ferire mai gli altri. E come potevo insegnargli tutto questo se io stessa dovevo ancora imparare a farlo? La mia adolescenza era appena iniziata e per colpa “sua” già finita. Non avrei più avuto tempo per gli studi e il mio sogno di laurearmi in legge, ne per le serate con gli amici e dei pantaloncini a vita bassa. Ecco perché non lo sentivo mio, perché mi aveva distrutto e rovinato quel poco che avevo, senza darmi un briciolo di gioia come molti altri bambini avevano fatto con le loro mamme, come io avevo fatto con la mia. Se lo avessi distrutto in quel momento, forse avrei provato solo un senso di sollievo. Non mi sentivo un’assassina, non mi ci sentivo affatto, come potevo essere un’assassina di un bambino non nato? Giusto, non c’era, non esisteva, se ne stava solo dentro di me comodo in attesa che qualcuno si accorgesse di lui. E quando me ne sono accorta mi è crollato il mondo addosso, come potevo considerarlo se non come un errore? Un disastro? Una tragedia? Ma non era così, non lo era affatto. La notte non avevo dormito per niente, sapevo che nel mio letto non ero più sola e una sensazione di calore mi aveva avvolta, iniziavo a pensare che forse se lui sarebbe nato da dentro di me, mi avrebbe amata per quello che ero, come faceva Gabriele e come faceva mia mamma. E io lo avrei imparato ad amare forse, avrei potuto crescere con lui, mi sarei potuta prendere cura di lui con le piccole cose. Erano pensieri che si sovrapponevano ad altri, erano sentimenti che a sbalzi mi frugavano nella testa. Lo voglio o non lo voglio? Mi chiedevo se ce l’avrei potuta fare o se aveva ragione Gabriele, dovevo sbarazzarmene.

La mattina di Natale mi sentivo più angosciata della sera precedente, iniziavo ad avere paura e un vuoto mi liberava la testa da qualsiasi possibile soluzione. Mia madre mi aveva abbracciata e mi aveva dato il mio regalo mentre Carlo sulla porta scattava una delle sue patetiche fotografie. Allora mi ero girata di scatto e gli avevo urlato di finirla, che non era il caso e me ne ero andata fuori sulla strada sbattendomi la porta alle spalle. Piangevo forte, sbattevo i piedi per terra e guardavo il cielo, mi chiedevo perché, perché a me. Ero disperata e sentivo le vene della testa che pulsavano. Avevo dato un calcio a un secchio della spazzatura sul marciapiede mentre era sceso giù dalla macchina di suo padre Gabriele.

“ Sei pronta?”

“ Per cosa Gabrile, cosa? Pensi che sia così facile prendere una decisione così importante nel giro di qualche ora? Pensi che sia così facile pensare che dentro me ora c’è un bambino e noi vogliamo togliergli la vita ancora prima che possa vedere il mondo? E’ tutto così facile per te? Non pensi che sia qualcosa di più grande che un semplice sbaglio?”

“ Urla, urla ancora, continua a dire stupidaggini. Cosa vorresti farne di questo –bambino- ? Farlo e rinunciare a te e alla tua vita? Lasciarlo in mano ad un mondo che non avrebbe nessuna giustizia ne per lui ne per te? Carolina non ti daranno soldi, non ti daranno nessun aiuto vuoi mettertelo nella testa? Non puoi farcela da sola, questo bambino sarà solo un altro dei tanti bambini di una ragazza madre dimenticata da tutti. Non potrai più andare a scuola e trovarti un lavoro decente, vivete con quei pochi soldi che vi lascia tuo padre, a questo non ci pensi vero? Sei egoista, pensi a questo bambino come ad un giocattolo, ricorda Carolina che una volta tirato fuori non potrai più rimandarlo indietro.. Ti prego dimenticati di lui e lascialo svanire come avevamo deciso ieri sera”

“ Se restiamo insieme possiamo essere forti, non dico che sarà facile ma potremo imparare ad accettarlo”

“ Siamo forti, accettarlo, Carolina parli come se ti importasse qualcosa, è solo un giorno che sai che esiste non puoi amarlo, basta non dire altro ti prego”

“ No Gabriele, non lo amo è vero, ma se lo uccido non potrò mai sapere se avrei potuto farlo, ho bisogno di tempo per capire cosa fare davvero, ho paura, di darti ascolto e di vivere poi nei rimpianti”

“ Non c’è tempo, andiamo al consultorio ti prego Carolina, ti prego”

Era poco distante da casa mia, ma il suo aspetto era meno preoccupante di quanto facesse pensare il suo nome. C’erano le pareti colorate in azzurro chiaro ed era una stanza pulita e ordinata. Non c’era nessuno, nessuno il giorno di Natale aveva rinunciato al pranzo e alla festa in famiglia, noi si, perché ora la cosa più importante era saperne di più, “non c’era più tempo”.

“Ragazzi che ci fate qui non è Natale?”

“ Avremmo bisogno di una consulenza, è molto urgente”

“Bhè, prego entrate pure, qual è il problema?”

Gabriele aveva spiegato tutto, per filo e per segno come se il ragazzino a cui piaceva giocare alla play station e fare la collezione di figurine dei calciatori fosse svanito la sera prima, era diventato grande in un solo momento, ma sapevo benissimo che lo era sempre stato, per questo lo amavo.

“ Quindi volete liberarvi di questo bambino perché non avreste le possibilità economiche per crescerlo! Siete minorenni per procedere devo parlare con i vostri genitori e stabilire degli incontri con gli psicologi e l’assistenza sociale”

Io me ne stavo in silenzio, avrei voluto alzarmi e uscire fuori, sentivo il bisogno di respirare e di non ascoltare più quelle parole psicologia,assistenza,economia,aborto. Ero io che portavo in grembo il nostro bambino e nessuno si interessava a quello che sentivo io dentro. Cercavo di ripetermi che aveva ragione Gabriele, che prima facevamo prima avrei potuto ricominciare la mia vita di sempre. Eppure una voce dal profondo del mio cuore mi spingeva a stare li, con i piedi per terra e a non lasciarmi convincere. Eravamo in due, due anime in un solo corpo, non c’era magia ne fantasia, era un fagottino di amore chiuso nella mia pancia. Mi accarezzavo sperando che quel cosino poco più grande di un fagiolino potesse sentirmi, poi ritirai via la mano. Di certo se poteva capirmi non avrebbe avuto una bella idea di me, per lui sarei stata un’ assassina. Nella mia testa e nel mio cuore scorrevano tante parole che avrei voluto mandare dritte nel feto “ Sono la tua mamma, ma tu piccolo, ti saresti potuto meritare di più”. Mi aveva visitata, fatto degli analisi del sangue e poi ci aveva accompagnati alla porta.

“Bene, allora ci vediamo oggi pomeriggio con i vostri genitori”

Finalmente fuori da quella stanza, guardavo Gabriele con i miei occhi grandi e verdi in attesa che mi spiegasse qualcosa. Non ci avevo capito niente di quello che si erano detti, il mio bambino aveva concentrato tutta la mia attenzione su di lui, come se in noi ci fossero state due calamite di senso opposto che piano piano si avvicinavano per un’attrazione speciale, un legame incredibile e inspiegabile che attimo dopo attimo cresceva sempre di più.

“ Bene, parlerò con i miei genitori e tu lo farai con i tuoi, devono sapere tutto e noi dobbiamo essere fermi sulla nostra idea, non permettere a tua madre di farti ragionare, noi abbiamo deciso ormai, non è vero Carolina? Caro? Mi stai ascoltando?”

“Io non voglio”

“ Che cosa?”

“ Io non voglio ucciderlo, lo voglio Gabriele, non ti chiederò nessun aiuto solo di provare ad accettarlo”

“ Di nuovo con questa storia? Ma non hai sentito la dottoressa? E’ già passato troppo tempo”

A casa non era stato facile iniziare a parlare della questione, avevo le lacrime agli occhi e le parole uscivano lente. C’era solo mia madre ed era l’unica a cui sarebbe dovuto importare qualcosa, non di certo a Carlo ne a mio padre che non vedevo da anni. Mia mamma si era seduta e aveva chiuso gli occhi. Siamo state così, immobili e in silenzio per circa dieci minuti poi mi ero inginocchiata ai suoi piedi e avevo poggiato la testa sulle sua gambe. Accarezzandomi aveva iniziato a piangere e le lacrime erano così grandi che cadendo mi bagnavano i capelli.

“ Sai Carolina forse è sbagliato quello che avete fatto, ma questo bambino non ha colpa, ha il diritto di venire al mondo, sono disposta a starti vicino piccola mia, sai che lo farò … non farlo. E’ vero Gabriele forse inizialmente non ti starà vicino ma piano piano capirà che hai fatto la scelta giusta, potrai darle tutto l’amore di cui ha bisogno”

Me ne ero andata in camera mia e avevo dormito un po’ ma lo squillo del cellulare mi aveva fatta svegliare di colpo. Dovevo scegliere, Gabriele e la mia adolescenza o una vita difficile è vero ma con il mio bambino, il frutto di me, di quella che sono; amavo Gabriele talmente tanto da voler affrontare qualcosa di così difficile mentre lui si era tirato indietro mettendomi davanti alla scelta che mi avrebbe cambiato l’esistenza. Misi una mano sulla pancia e chiusi gli occhi, in quel momento sentì come se una pallina si fosse mossa e fu allora che capì veramente che le calamite si erano toccate, che il legame tra me e il mio bambino si era definitivamente formato. Non avevo dubbi, non ero ancora una grande donna forse, ma ero certa che ce l’avrei messa tutta per essere una grande madre. Avevo riattaccato e mi ero rimessa a dormire con un sorriso sulle labbra. Avevo scelto il mio bambino, avevo scelto noi.

 Sara Ciniglio

 

Racconto   SECONDO CLASSIFICATO  ex-aequo

 

LA VITA SENZA META è VAGABONDAGGIO

Quella  ragazza sotto il palco, la ragazza più giovane fra tutte, la ragazza che si abbraccia da sola per ripararsi dal freddo e darsi coraggio, per ciò che sta per fare, sono io.  Fino a poco tempo fa  affidavo la mia vita solo al destino, non mi preoccupavo di nulla, credevo che tutto ciò che mi succedeva, qualsiasi cosa , questa  non dipendesse da me, ma dal fato, qualcosa più grande di noi. Ho sempre preferito pensarla così in modo da non dovermi assumere troppe responsabilità, era più facile dare la “colpa” a qualcos’altro. Arriva un momento, però, in cui capisci che il destino può essere cambiato e che una singola scelta ne modificherà il cosiddetto “bivio della vita”: la scelta definitiva , la scelta delle scelte della tua vita. Mi sono trovata solo pochi giorni fa davanti a questo bivio, che mi ha portato a dare un peso diverso ad ogni mia azione passata, e la mia scelta è stata fatta. Manca solo l’ultimo passo, prendere coraggio e agire.

LA MATTINA PRIMA

DAVANTI ALLA PORTA DELLA REDAZIONE.

“Ok, ce la posso fare. Basta che prendo un respiro profondo, busso ed entro. No, non ce la faccio. Si, devo farcela. Ma come? Oddio Sally! Dai, ragiona, ce la puoi fare. Sì, ce la posso fare”.

Mentre cercavo di farmi coraggio da sola, perché la mia migliore amica aveva preferito rimanere a casa sotto le coperte invece di dare conforto a me per il mio colloquio da giornalista, si apre la porta su cui avrei dovuto bussare. Prendo lo spigolo dritto sul naso e cado a terra sanguinante. Come inizio non è male. In fondo , posso farcela. Subito intorno a me si radunano tre uomini enormi che mi chiedono come sto, tutto ciò che riesco a dire è :<< Sì! >> , un sì tanto debole che nemmeno li convince. Forse per questo il mio colloquio è stato un interrogatorio di terzo grado; davanti a me, dietro la scrivania, il capo della redazione e seduto accanto a me il dottore che mi medicava.

<< Come si sente?>> mi chiese il dottore.

<<Bene>> risposi io.

<< Che risposta è bene? Signorina, le ho chiesto quanti anni ha!>>  ribattè  il capo redazione.

<< Ma stavo rispondendo al dottore … >>

<< Non deve parlare, altrimenti con il movimento continuerà ad uscire sangue dal naso. È una brutta botta, signorina.>> Proseguì il dottore.

<< Ma  come faccio?>> chiesi.

<< Come faccio cosa, signorina? Non le hanno insegnato che  a una domanda si risponde con una risposta e non con un’altra domanda?>> disse il capo redazione alzando il tono di voce.

Dopo mezz’ora ero fuori schedata come pazza, come una che non capisce le domande e non sa parlare. Nuovamente senza lavoro.  Per consolarmi decisi di andare a casa della mia amica anche a costo di doverla svegliare.

 

DAVANTI ALLA PORTA DI CASA DI BIANCA

Una volta entrata e raccontata la mia storia questo fu il conforto che ricevetti: << Ahahaahahah no, non ci credo! Ahahahahha che mi sono persa! Rimpiango di non essere venuta! Ahahaah >>.

<< Tu ci scherzi! Beata te, io non lo trovo per niente divertente, anzi … >>.

<< Dai stasera ci rifacciamo con il concerto dei Bones Cruw! >>.

<< Con il concerto di chi scusa??>>.

<< Mia cara Sally, non mi dire che non conosci i Bones Cruw!?!>>.

Iniziò così una digressione dalla quale  riuscii solo a capire che i Bones Cruw erano una delle band più famose di Aprilia. Suonavano  rock’n’roll e  quella stessa sera si sarebbero esibiti in un pub di Latina. Perdersi un evento del genere, dal punto di vista di Bianca, sarebbe stato impossibile  e, visto che le voglio bene decisi di accompagnarla. Della buona  musica avrebbe fatto bene  anche a me dopo una giornata del genere, ma questi sono dettagli!

<< Ti passo a prendere io allora, ok?>> << Ok!!>>

DAVANTI ALLA PORTA DELL’INGRESSO DEL LOCALE

Descrivere tutta la gente che c’era è praticamente impossibile! A quanto sembrava era vero ciò che diceva Bianca, perdersi un evento del genere era impensabile! Gente che si ubriacava, altra che per poco non faceva a botte, altra intenta a farsi offrire una birra dal proprio amico. Tipica gente di un tipico pub. Notai le locandine del gruppo sparse per le pareti del locale e non so perché uno dei quattro musicisti aveva un’aria familiare. Iniziai a pensare dove mai l’avessi potuto vedere e  notai che tutto ciò che osservavo mi faceva sentire impaziente senza nemmeno sapere il perché. Amo il rock, la birra ,i pub e la gente, ma non so perché dopo aver visto quella foto ero diventata come irrequieta. È possibile che una persona possa capire o immaginare cosa stia per accadere? Io mi sentivo così, come se avessi saputo che qualcosa stava per succedere. Sul palco dopo poco che ero arrivata finalmente salirono i Bones Cruw tra le grida del pubblico. Alla presentazione dei membri del gruppo per poco non mi sentii male. Il chitarrista si chiamava come mio padre. Come il padre che non ho mai avuto la possibilità di conoscere, il padre che avevo visto solo in  foto. Lui aveva abbandonato me e mia madre quando ero solo una bambina molto piccola. Anche se ero sempre stata bene con mia madre, sentivo che mi mancava qualcosa. Adesso dopo 16 anni avevo la possibilità di conoscere mio padre. Non sapevo se essere arrabbiata con lui perché in tutti quegli anni non mi era mai venuto a trovare, o se essere felice o essere triste. Non sapevo che  cosa fare. Decisi di uscire per prendere un po’ d’ aria fuori, troppe cose mi giravano per la testa. Bianca da vera amica mi seguì senza fare domande. Mi era amica dai tempi dell’asilo ed oramai eravamo in simbiosi, al punto che , ne ero certa, aveva  già capito tutto. La mia reazione era stata determinata dall’aver sentito il  cognome del chitarrista dei Bones Cruw, un gruppo formato da 50enni. Tutto tornava. Rimanemmo là fuori in silenzio, non in un silenzio imbarazzante, ma uno di quei silenzi che ha la capacità di parlare perché riesci a captare i pensieri dell’altro. Parlammo a lungo in quel silenzio. Solo dopo tanto mi disse : << Sally, devi parlargli. Io fossi in te vorrei sapere tante cose. Avrai delle domande da fargli, no? Vai da lui e vedi come reagisce, non sai cosa potrà capitarti, ma credimi, se non andrai da lui passerai il resto della tua vita a chiederti ciò che ora stai pensando. Questa è la tua occasione, Sally. Hai la possibilità di scegliere se conoscere tuo padre o se rimanere con il dubbio e rimpiangerlo per tutta la vita.>>

L’abbracciai e insieme tornammo dentro.

Mi piazzai sotto il palco, tra le altre ragazze che cantavano a squarciagola le canzoni che mio padre aveva composto. Mi misi là sotto per guardarlo, per avere la possibilità di osservarlo, credendo che attraverso dei gesti avrei potuto capire che persona fosse. Quando finì il concerto scesero tutti e quattro dal palco. Tutte si buttarono sul cantante e mio padre ebbe la possibilità di andare a riposarsi al bancone del bar per prendersi una birra. Io lo seguii. Mi notò, ma non penso avesse capito chi fossi.

<< Ehi! ciao!>>

<< Ciao … >>

<< Sei una fan del gruppo?>>

<< Diciamo di sì…>>

<< Bene, volevi chiedermi qualcosa?>>

<< Sì, papà.>>

 Le pupille dei suoi occhi si dilatarono. Questo è ciò che ricordo di quella sera, la sera che mi ha cambiato la vita. Aver capito chi fosse mio padre, aver  avuto la possibilità di parlargli e di rimanerci in contatto. Ora so tutto di lui e il mio obiettivo è di  non perderlo un’altra volta.

Questa è la mia meta.

 

Noemi  Reali

 

 

 

Latte e caffe'

 Apro gli occhi, guardo la sveglia, è ancora troppo presto per alzarmi.

Chiudo gli occhi, mi giro, mi rigiro nel letto.

Provo a riprendere il sonno interrotto ma non c' è verso, non ho più voglia di dormire.

Tutto intorno a me è silenzio.

E' bello il silenzio! Mi infonde una sensazione di pace!

Mi alzo, mi pare così incredibile tutto questo silenzio! Come se al mondo ci fossi solo io. Come se tutto fosse solo per me!

Guardo fuori dalla finestra. Il cielo sembra pece, cade una leggera pioggerellina, i lampioni illuminano la via, ma non c'è ancora alcun segno di vita.

Preparo il caffè e metto a scaldare del latte e in attesa, dò un'occhiata al giornale del giorno prima scegliendo l'articolo che più mi interessa e iniziare così la mia giornata come del resto faccio da tanto tempo.

Guardo di nuovo fuori dalla finestra, non è cambiato gran chè. I lampioni accesi, la pioggerellina continua a cadere, il cielo è nero e qualche rara macchina comincia a passare.

Ecco... qualche finestra si illumina e c'è un uomo chiuso nel suo giubbotto che frettolosamente cammina. Poi ne arriva un'altro, passa una macchina e un'altra ancora.

Piano piano la città comincia a svegliarsi, a prendere vita.

Ma il cielo è sempre nero.

Io sono quì a crogiolarmi nel tepore della casa e non ho alcuna voglia di affrontare la giornata. Voglio rimare quì, al caldo!

Il borbottio della caffettiera mi sorprende così come mi sorprende quel profumo..... preparo la mia tazza di caffè e latte, la stringo tra le mani e quel calore mi dà una sensazione di benessere e mentre continuo a guardare fuori mi accorgo che si è alzato il vento e a gran fatica sposta qualche nuvola.

Che strana sensazione questa mattina mi ha fatto bere la mia solita tazza di latte e caffè!|

 Adesso la città è davvero sveglia. I lampioni sono spenti, le macchine sono padrone della strada e diverse persone si affrettano lungo la via, cominciano a vedersi anche i ragazzi che con i loro zaini gonfi e pesanti si dirigono verso la scuola per affrontare una nuova giornata.

Tutto è in fermento.

Tra le nuvole scure che a stento si spostano, all'improvviso sembra aprirsi uno spiraglio di luce leggera leggera e allora la decisione è presa.... Non rimarrò quì nel tepore della mia casa, tra le mie cose, affronterò la giornata quale essa sia.

Camminerò anch'io frettolosamente nella via come quei passanti, come quei ragazzi, ognuno con qualcosa da fare, ognuno preso dalle proprie cose, tutti presi dalla propria quotidianità. Tutti stretti nei propri giubbotti, con i propri pensieri ma tutti pronti a partecipare alla vita.

Quello spiraglio di luce che a gran fatica si è fatto largo in quel cielo color pece magari ci accompagnerà per tutta la giornata e chissà, forse ce la farà a  rischiararlo tutto.

 

Rina Fantoni

 

Polpetta

Lo guardo e lo riguardo. E' lì davanti a me. Non si muove. Anche lui mi guarda, con quei suoi bottoncini neri. Si, i suoi occhi sono proprio come due bottoncini.

Un' impercettibile movimento delle orecchie ma non si muove.

Solo il naso, quel nasino nero è in continuo movimento.

Lo chiamo, non si muove, ecco... muove le orecchie...continuo a guardarlo, prova a muoversi e subito saltella in quà e in là.

Ecco.. comincia il girotondo, un vero e proprio girotondo intorno ai miei piedi! Si ferma .. ricomincia...

Annusa tutto quello che ha intorno, si ferma, si guarda intorno, mi guarda e saltella di nuovo. Lo chiamo, si ferma, mi guarda, gli parlo.

Mentre continuo a parlargli i suoi piccoli occhi neri sono fissi su di me e si è raccolto su se stesso diventando una palla, si... sembra proprio una piccola palla, tonda tonda morbida, viene proprio voglia di stringerla tra le mani.

Mi muovo  e anche lui si muove, mi viene incontro, ma una volta vicino ai miei piedi ricomincia a saltellare. Si ferma, mi avvicino, non ha più voglia di muoversi.

Gli porgo qualcosa da mangiare lui annusa... annusa e poi decide di assaggiare.

Non ha paura.

Mordicchia, si ferma, si guarda intorno e poi ricomincia a mordicchiare... Ora non ne vuole più, ha ripreso a saltellare poi si ferma in un angolo e di nuovo diventa una palla, si, una palla di pelo grigio.

Un batuffolo, un piumino di pelo, con una codina nera che assomiglia ad un pon pon e quel nasino sempre in movimento è così carino, così tenero, così morbido!

Che  nome avrei potuto dare a quella piccola morbida palla di pelo, a quel coniglietto grigio con il musetto nero e con quel nasino in continuo movimento se non “Polpetta”?

 

Rina Fantoni

 

La rabbia

Non gli era ancora venuto in mente  di poter tirare i sassi da un cavalcavia, finchè non ascoltò da un telegiornale una dettagliata cronaca della disgrazia avvenuta e subito pensò che gli sarebbe proprio piaciuto farlo e si dette del cretino per non averci pensato da solo.

Sì, aveva già tirato dei sassi ai treni, ma quelli continuavano a correre via e così lui non sapeva mai come finiva, se riusciva davvero a rompere i vetri e il divertimento non era mai completo.

Riuscendo invece a centrare, proprio al momento giusto la macchina che si trovava a passare sotto al ponte il divertimento sarebbe stato massimo e completo; avrebbe potuto vedere subito una bella frenata, la sbandata, magari un bel ribaltamento o un testa-coda, se andava bene pure un tamponamento a catena e poi l’accorrere delle ambulanze, i pompieri. Insomma un godimento bestiale.

Certo,  doveva organizzarsi ma  una discreta esperienza ce l’aveva già. Aveva cominciato da piccolo, all’asilo, saltando sugli zaini degli altri bambini per schiacciare le merendine e i succhi di frutta che madri premurose vi avevano messo per la merenda. Lui non aveva né madre premurosa, né merenda.  La sua notevole intelligenza era soffocata dal solo pensiero che gli occupava costantemente la mente: perché io no?  Niente genitori. Fisicamente c’erano, ma sempre occupati ad accusarsi reciprocamente, impegnati in mille problemi per tirare avanti, gli avevano fatto chiaramente capire che la sua nascita era stato un incidente cui non avevano potuto rimediare. Niente casa presentabile, niente amici, niente vacanze, lievitava sempre di più in lui questa voglia che anche agli altri succedesse qualcosa di negativo.

Così fu un crescendo continuo di dispetti, tranelli, percosse, ricatti, menzogne etc e godeva nel vedere distrutto negli altri quel che lui non aveva potuto avere.   Ogni tanto aveva qualche ripensamento, se però gli sembrava proprio di aver esagerato, subito dopo si diceva: ma tanto lui ha tante altre cose belle!  Come a dire, avrò fatto male sì, però sono giustificato.

 

Giulia Fantoni

 
 
 
 

Vai in pace,  sorella

Uscendo dalla frutteria, l’anziana signora prese dalla cassetta esposta fuori dal negozio due albicocche. Due carnose, vellutate, morbide, irresistibili albicocche. Le fece scivolare nella borsa di plastica che aveva appesa al braccio. Le due belle albicocche si trovarono così insieme ai tre pomodori maturi e all’elegante sedano che aveva già pagato.

La verduraia si era accorta da tempo che l’anziana signora  ogni giorno, dopo essere uscita, allungava la mano facendo scivolare via qualche frutto. E lasciava correre. Tanto la frutta sottratta l’avrebbe fatta pagare all’antipatica signora benestante che arrivava sempre all’ultimo momento, costringendola a chiudere il negozio in ritardo.

L’anziana signora si trascinò pian piano a casa, cercando di impiegare più tempo possibile, sostando qua e là, cercando di scambiare qualche parola con le persone che incontrava, tutte però frettolose e indaffarate. Era sola e  quella della spesa era l’unica occasione che aveva per incontrare qualcuno, sentirsi dire “buongiorno”, scambiare qualche parola e sentire così la propria voce.  Anche se non stava bene o se era troppo caldo o troppo freddo, usciva ogni giorno, per mantenere i contatti col mondo e faceva quella spesuccia necessaria a lei sola.

Era sempre vestita in modo curato ed elegante, con abiti che aveva acquistato in tempi migliori, mentre ora doveva centellinare le poche risorse che aveva.

La domenica andava a Messa. Era bello vedere così tante persone riunite e incontrava sempre qualcuno  che conosceva, anche se solo di vista. Se, per cortesia, qualcuno le chiedeva: “come va?” lei  aveva capito che doveva dire solo “tutto bene, grazie” anche se avrebbe voluto raccontare dei suoi malanni, delle sue paure; ma il mondo ormai va solo di corsa, nessuno ha tempo per ascoltare nessuno. Il momento della messa che le piaceva di più era lo scambio del segno di pace. I vicini di banco le davano la mano, a volte sorridevano persino e l’anziana signora pensava “ecco ci sono anch’io, con voi”. Si confessava spesso. Le prime volte esponeva con dovizia di particolari al sacerdote le sue piccole sottrazioni, la sua storia e gli diceva che era costretta a farlo per necessità. Il sacerdote le ricordava il discorso della Montagna dal vangelo di Matteo   “guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate  voi forse più di loro?Non affannatevi dunque dicendo: che cosa mangeremo? che cosa berremo? Che   cosa indosseremo?  Il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose”.  Le diceva di stare tranquilla per quella piccola infrazione che era necessaria e la assolveva. Alla quarta o quinta esposizione dei soliti episodi, il sacerdote la interruppe e le disse: “Sei assolta, sorella vai in pace”  e  successivamente appena lei entrava nel confessionale  la benediva e le diceva “vai in pace, sorella”. Lei capì che il sacerdote aveva tante persone da confessare e poco tempo per lei e, per non disturbarlo, entrava, si prendeva l’assoluzione e usciva.

Il peso che sentiva per quel gesto  non era però diminuito nel tempo; ogni volta che allungava la mano, sentiva come un crampo allo stomaco, una piccola scossa e angoscia per la paura di essere scoperta e per dovere fare una cosa che non avrebbe voluto fare.

Uscendo dalla messa, passava in rosticceria e la proprietaria le diceva sorridendo “le ho messo da parte quello che mi ha ordinato” e le porgeva con grazia un pacchetto. All’inizio la negoziante aveva notato che quell’anziana signora guardava con interesse e a lungo tutte le cose esposte e poi comperava una porzione minuscola della cosa più economica. Al momento di pagare poi, frugava con aria smarrita fra gli spicci con un’ansia che la negoziane non capiva. Poi capì  e le disse di passare tutte le domeniche da lei e  quando la vedeva entrare, le rivolgeva subito quella frase. Era così gentile nell’usare quella formula per non fare capire agli altri clienti perché l’anziana signora andasse via senza pagare, che lei non si sentiva umiliata e per ricambiare, ogni tanto le portava qualche centrino all’uncinetto che aveva fatto in passato.

E la domenica così, assolta dal sacerdote, nutrita di cose buone e di qualche sorriso delle persone incontrate a messa, era per lei una buona giornata.

Negli altri giorni, invece, agli occhi dei passanti rimaneva soltanto una vecchia signora vestita con eleganza che, per qualche motivo inspiegabile, prendeva senza pagare delle albicocche dalla casetta della frutta.

 

Giulia Fantoni

 
 
 
 

Due   e   Due

Mi guardo intorno. Siamo un gruppo di  20 persone, di circa cinquant’anni, riunite qui in un’ aula scolastica di scuola media, abituata a vedere altri tipi di alunni, per imparare a usare il computer. E’Il primo giorno, ognuno seduto davanti al proprio computer lo guarda speranzoso e impaziente di usarlo. L’insegnante però prima deve spiegarci un po’ di teoria e noi qui,  pronti a partire ma in attesa del via ………….

Poi, tutti col nostro dito indice, abbiamo schiacciato il primo tasto  di avvio.  Non saremo più gli stessi dopo il corso. Anche se non lo useremo, sapremo più o meno di cosa si tratta o perlomeno delle infinite cose che si possono fare con questo nuovo mezzo. Saremo perciò entrati in una nuova dimensione, sconosciuta, che può avere sviluppi sorprendenti e inattesi, se solo lo vorremmo.

Abbiamo gli occhiali scivolanti, le facce sorprese, deluse, imploranti, curiose. E’ caldo, molto caldo, è estate. Fuori dalle vetrate dell’aula le rondini volano in formazione, sembra che vogliano entrare delle finestre spalancate. Poi, mentre quasi stanno per picchiare contro i vetri, volano verso l’alto e spariscono alla nostra vista. Dove vanno? Si sente anche una cicala che sta su un grande pino verde, coi suoi nuovi germogli lucenti, l’aria è  appiccicosa e la luce accecante. E mentre ascolto un po’ annoiata la lezione di teoria, il pensiero va a un’altra estate,di diversi anni fa………………

Facendo un saltello per schiacciare una zanzara, Marco rimase in bilico in una posizione su un piede solo, pendente, tutto inclinato verso destra. E diceva ahi! Ahi! Siccome è grande e grosso e per di più era seminudo, la situazione era comica e ho cominciato a ridere. Lui continuava a lamentarsi, poi piano piano è riuscito a sedersi e, attraverso la ricezione, facemmo chiamare un medico. Eravamo in albergo a Grosseto, agosto, caldo infernale.

 In precedenza avevamo tentato di aprire una noce di cocco nella vasca da bagno. Ma rompere il guscio di una noce di cocco, senza un qualsivoglia attrezzo adatto, si era rivelata una missione impossibile e ci era rimasta la voglia di mangiarla. La noce di cocco, intatta, trionfante, era là  come a sfidarci. La situazione comica precedente più la posizione, l’espressione di Marco mi facevano ridere, però non era proprio il caso. Venne il medico: lombosciatalgia; si era verificato per la prima volta un episodio che poi negli anni a venire sarebbe diventato un malanno ricorrente per Marco.

Eravamo lì perché il giorno dopo lui avrebbe dovuto prendere lavoro in una nuova sede, una località marina nelle vicinanze, nella bella e selvaggia Maremma. Guarito alla meglio dal mal di schiena, Marco e io andammo  a stare in una casa ammobiliata per tutta l’estate, in attesa di rientrare poi alla fine della trasferta. Furono mesi bellissimi. Marco lavorava di giorno e la sera uscivamo a spasso per questi tranquilli paesini nei dintorni, tra gente  cordiale e semplice. Era la prima volta che avevo tempo per me, senza orari, senza lavori da svolgere, senza colleghi, senza fretta.

Davanti alla casa c’era un grande spiazzo, arso dal sole con un solo grande albero frondoso al centro. Tutti i pomeriggi arrivava un anziano tenendo per mano una donna anziana. Si sedevano sotto l’albero. Lei non ci stava con la testa, smaniava, si alzava, si muoveva, gesticolava. Lui le parlava con dolcezza, l’accarezzava, le teneva la mano. Poi, a sera, se ne andavano. Il sole così forte, la luce esagerata, l’odore della terra bruciata, l’albero verde e il giallo dell’erba seccata, il canto delle cicale, mi sembrava di essere in un quadro del mio amato Vincent.  Ogni pomeriggio li aspettavo per guardarli dalla finestra. Avrei potuto andare a parlargli, forse, conoscerli, forse, ma ho preferito mantenere la poesia che mi suscitavano e il mistero di immaginarmi ogni giorno una nuova storia su  di loro, la loro vita, la loro condizione attuale.

Molti anni sono passati, non ho dimenticato mai quei miei vecchietti. Perché io vorrei rimanere per sempre all’ombra di un grande albero, con accanto una persona che mi ama e che mi tiene una mano, qualunque cosa possa accadere intorno a noi.

Quando, tempo dopo, ho visto un quadretto naif con disegnati due vecchietti che fanno un pic-nic e che mi ricorda quei due, l’ho comperato e da allora sta’ sempre nella camera da letto mia e di Marco. Ci fanno compagnia.

Giulia Fantoni

(Dedicato a Matteo)

 

La mia pensione

 

Nella mia vita ho vissuto momenti belli e meno belli. ..

L ‘avvenimento più bello è stato il mio matrimonio. Ho sposato Giuseppe, un uomo buono, comprensivo, di sani principi: l'uomo che io desideravo. Ha dedicato la sua vita alla famiglia e al lavoro. Abbiamo avuto tre figli, ai quali ho dedicato tutto il mio tempo e le mie attenzioni, impegnandomi allo stesso tempo anche nel mio lavoro con serietà. Insieme, serenamente siamo giunti al quarantesimo anno di matrimonio. Con tanti sacrifici da parte di entrambi, siamo riusciti a costruirci una casa, in campagna.

Da quando lui è in pensione si occupa dell' orto, abbiamo persino le piante di olivo e così si diletta a coltivarle. Infatti a novembre, dopo averle raccolte, le porta al frantoio ricavandone l'olio.

Il tempo che ho trascorso in fabbrica mi sembrava tempo perso, perché ho sempre amato la vita all'aria aperta. Ero solita ripetere alle mie colleghe che se fossi riuscita a non lavorare più in fabbrica, mi sarei dedicata solo ai miei figli e alla mia casa.

Il sogno di non dover più lavorare, e dedicarmi solo ai figli e alla casa, mi ha aiutato ad andare avanti per molti anni, fino a quando un giorno è successo un evento molto importante ...

... Era il primo gennaio 1996. Quel giorno mi hanno chiamata e finalmente mi hanno dato la notizia che aspettavo da anni...

- Da oggi cambi abitudini, non dovrai più alzarti presto al mattino, perché vai in pensione - mi sono sentita finalmente dire.

Rimasi senza parole, non sapevo se credere o non credere a questa notizia. Era troppo bella per essere vera; chiesi se fosse uno scherzo. Mi confermarono che era vero. Sentivo il mio cuore che batteva forte, per quanto ero emozionata.

 Mi sembrava impossibile.

Qualche giorno dopo ho festeggiato il desiderato evento con la mia famiglia, le mie amiche, le colleghe ... E tra un augurio e l'altro, alla fine della festa, mi sono alzata in piedi e ho detto a tutti: "Ragazzi, si è aperto un nuovo periodo della mia vita, comincio a respirare l'aria "libera", non quella chiusa in una fabbrica; la vita mi ha fatto un regalo, mi ha dato la libertà, che non mi aspettavo così presto, ora voglio fare tante cose nuove, quelle che non ho fatto quando ero giovane."

... Mi sentivo rinascere ...

Casi incominciai a viaggiare per conoscere il mondo, perché fino a quel momento conoscevo solo il mio paese. Andavo a tutte le feste dei paesi vicini; sono andata anche a scuola di ballo. Quando le mie amiche mi cercavano non mi trovavano mai in casa: ero sempre in posti diversi.

- Hai finito di girare? - mi dicevano, quando riuscivano a trovarmi.

- Sono rimasta chiusa in fabbrica 35 anni, ora che mi hanno ridato la mia libertà voglio vivere libera -rispondevo loro - Questa nuova vita voglio viverla intensamente senza perdere nulla, prendendo tutto ciò che mi si presenta con amore, perché la vita è bella e quando sei felice sembra di volare. E io voglio "volare!" - così continuavo a dire gioiosamente.

 ... E volando qua e là sono passati gli anni.

Più tardi poi incontrando delle colleghe di lavoro e raccontandoci della nostra vita, ho notato che più di una era diventata nonna. Questo mi faceva pensare ...

Allora ho cominciato a chiedere in famiglia: "Potrei essere una brava nonna?". I miei figli mi hanno guardata con stupore, sono rimasti un attimo in silenzio. Dopo un po' mi hanno risposto: "Potresti essere una brava nonna se avessi dei nipoti"; allora ho domandato ai miei figli perché non ci pensassero seriamente. E Marco mi ha risposto: "Non sperare in me perché io e Viviana ci siamo lasciati, rivolgiti a Daniele".

E Daniele a sua volta mi ha detto: "Mamma io la ragazza non ce l'ho, rivolgiti a Serena."

E Serena ha sopraggiunto: "Mamma tu lo sai che sto per partire, vado a studiare in Portogallo; quando torno vedrò". Dopo dieci mesi Serena è tornata; tutti eravamo orgogliosi di lei per la sua bravura, ma dopo qualche tempo mi diceva che, purtroppo, con Davide era tutto finito. Così, l'unica possibilità che mi rimaneva per sentire la gioia di essere nonna era quella di adottare un bambino.

A distanza di due mesi è venuta ad abitare vicino alla nostra casa una giovane coppia, lui tunisino di trentadue anni di nome Mongi, lei polacca di venticinque anni di nome Iwona; lei era incinta di otto mesi. lo e Iwona abbiamo incominciato a chiacchierare, lei mi raccontava della sua vita. Qualche giorno dopo, sentitami chiamare, mi sono accorta che Iwona aveva bisogno di aiuto, stava male e immediatamente l'ho accompagnata al Pronto Soccorso di Aprilia.

I medici hanno rilevato dei problemi a causa della gravidanza. All'inizio hanno pensato che il bambino fosse posizionato trasversalmente, spingendo così sul rene che le provocava dolore.

Dopo qualche giorno il problema si è ripresentato, siamo ritornate in ospedale, le hanno detto la stessa cosa e l'hanno rimandata a casa con tutti i dolori. Ritornate poi per

 l' ennesima volta in ospedale, dopo vari esami, si sono resi conto che il dolore era causato dal rene pieno di calcoli. I forti dolori che avvertiva erano coliche. Cosi, questa volta è stata ricoverata per preparare la nascita del bambino, le hanno fatto il cesareo. Il bambino è nato, tre settimane prima del tempo, sano e bello e lo hanno chiamato Karim.

Da quel giorno quei ragazzi sono entrati a far parte della mia famiglia, ho accompagnato Iwona e il bambino ovunque; per ogni altro problema possono sempre contare su nonna Bruna.   Ora Karim ha venti mesi e la prima parola che ha pronunciato è stata "nonna".

Così anche il mio desiderio di sentirmi chiamare "nonna" si è realizzato.

Quel bambino ci ha proprio conquistato tutti! E da quando c'è lui nella nostra casa aleggia un' atmosfera di gioia. Dal momento in cui Karim corre nella nostra casa, c'è Nina, la cagnolina di quattro anni, che non lo lascia in pace.

Nina è gelosa, perché ha capito che Karim le sta togliendo tutte le attenzioni che prima avevamo solo per lei e, quando Karim vuole salire sul divano, lei lo prende per i pantaloni e lo tira giù. Sono come due bimbi che non vanno d'accordo.

La pensione oltretutto mi ha consentito di realizzare il desiderio che avevo da molti anni, di occuparmi delle persone che hanno bisogno di aiuto; poiché prima non potevo farlo per il lavoro e i bambini piccoli.

Se riesco ad aiutare qualcuno mi sento orgogliosa e soddisfatta, come se avessi ricevuto un bel regalo.

Da quando sono a casa dedico volentieri molto tempo ai miei figli viziandoli con tante attenzioni. Penso di averli abituati così bene da spegnere in loro il desiderio di andare via di casa. Perciò ho proposto a mio marito di andarcene "noi" a vivere da soli.

 

Bruna Meggiorini

 

Il saluto

Era proprio quello che aveva aspettato tutta la settimana: una sorta di misteriosa armonia profumata,  il rumore dei suoi passi sulle foglie secche del sottobosco, la luce del sole mattutino filtrata tra i rami dei castagni, l’ odore tipico del settembre nelle Langhe. Tutto perfetto, la realizzazione del desiderio, finalmente a funghi! Come tutti i veri cercatori si è allontanata dal gruppo, vuole rimanere sola, nessuno deve scoprire i suoi <<posti>>, prezioso patrimonio del vero appassionato. Procede lentamente, lo sguardo fisso sul terreno alla ricerca di piccoli indizi ben precisi; ogni tanto, con il suo bastoncino, delicatamente rimuove qualche foglia. E’ un segugio sulle tracce della preda. Ad ogni fungo scoperto, un tuffo al cuore, adrenalina pura. Il tempo assume una valenza diversa. Di emozione in emozione,  le ore scorrono più veloci. Soprattutto se, come in questo caso, il cestino tende a riempirsi. E’ lì che annusa, scruta attentissima, con la testa bassa quando un rumore di passi la sorprende; è ferma, alza lo sguardo.

Occhi chiari vivissimi, viso cotto dal sole, capelli candidi, un cercatore autoctono molto seccato dal fatto di scoprire un estraneo sul territorio che ritiene di sua esclusiva ricerca.

Andare a funghi è un’arte scientifica, una battaglia chirurgica contro la natura che nasconde il fungo, celandolo con mille trucchi e stratagemmi. Anni di esperienza, passione,dedizione …

Il vero cercatore è depositario di un patrimonio antico e segreto come segreti devono rimanere i suoi <<posti>>, nemmeno al figlio prediletto rivelerà mai i suoi preziosissimi siti!

“Salve” dice lui brusco, del salve non si può fare a meno nei boschi piemontesi,” buondì” risponde lei mentre si chiede chi sia costui, che osa calpestare uno dei suoi <<posti>>. Gli sguardi  s’incrociano, definirli battaglieri è solo un dolce eufemismo. Ironico, un sorriso si delinea sul viso dell’ anziano mentre, forte dell’ annosa esperienza, lancia una sbirciatina nel cestino della nostra amica che, suo malgrado, si sente improvvisamente in difficoltà. Anche lei ha sbirciato, nella sporta dell’ avversario  ce ne sono di più.

Stranamente lui ora è perplesso, indeciso. Si chiede: “lo dico o lascio che se lo mangi?”… Poi all’ improvviso, come spinto da una forza al di sopra di sopra di tutto e di tutti, diventa quasi gentile e indicandole un funghetto rosa che lei ha raccolto convinta fosse un <<sanguigno>>, le dice di stare attenta perché, pur essendo molto simile al <<sanguigno>>, quello è cattivo, molto cattivo.

Poi gira le spalle , un salve e via, quasi dispiaciuto di essere stato leale con una <<foresta>>

 

Anna Pucci

 


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