Racconto PRIMO CLASSIFICATO
IL FRASTUONO DEI
RICORDI
Un grido.
Un grido lacerante.
Poi, il silenzio.
Sobbalzai, la fronte imperlata di sudore. L’ennesimo incubo, era solo
l’ennesimo incubo.
Luce.
Avevo assoluto bisogno della luce. Annaspai, alla ricerca dell’interruttore.
Lo trovai e mi sentii subito rassicurata dall’alone giallo che invase la mia
camera. Gli oggetti avevano ripreso le loro forme e i loro contorni
abituali.
Respirai lentamente, a pieni polmoni. Silenzio. Tutto attorno a me,
silenzio.
Quello che in realtà nella mia testa era un frastuono di rumori, di suoni,
di parole.
Il rimbombo di ricordi. Il rimbombo di attimi ed emozioni.
Una eco continua dell’ultimo anno della mia vita. Quello responsabile di
aver fatto esplodere all’improvviso la bolla in cui ero vissuta fino a quel
momento. Quello che aveva repentinamente cambiato il corso piatto e
rassicurante della mia esistenza. Inconsciamente, lo sguardo cadde su un
braccialetto dalle perline colorate che risaltava sulla superficie candida
della scrivania. Trasalii. Strinsi i pugni quasi con violenza, per
controllare l’impetuoso sopraggiungere dei ricordi. Fu uno sforzo inutile.
Essi erano riusciti a portarmi via, come sempre. Come uno Tsunami violento e
repentino a cui non puoi sfuggire. Non hai tempo,non hai scampo.
Un parco. Un basso muretto pieno di graffiti. Una panchina lì vicino. Una
risata fragorosa e cristallina.
<< Te l’avevo detto! Un braccialetto così colorato sta meglio al polso di
una ragazza, che a quello di un ragazzo. E’ bellissimo e ho vinto io. Non
sperare che te lo renda indietro…non lo farò mai! Hai capito?>> gli domando,
buttando giù l’ennesima risata.
<< Ma la vuoi smettere di parlare a vanvera…insomma…sembri una
macchinetta!>> dice lui, anziché rispondere. Poi, il suono della sua risata
all’unisono con la mia.
I volti che si avvicinano.
Le labbra che si cercano.
Si trovano.
La sua bocca sulla mia.
Un bacio lieve,timido. Il primo.
Riuscii a tornare al presente. Presi la testa fra le mani. Socchiusi le
palpebre. Sapevo cosa stava per accadere. Il cambiamento. Fra poco sarei
stata bombardata dalle immagini del cambiamento. Scossi la testa. Mi opposi.
Fu di nuovo inutile. I ricordi rimbombarono nel cervello.
Il solito parco. Il solito muretto. La solita panchina lì vicino. Nessuna
traccia della risata fragorosa e cristallina.
Un paio di occhi marroni accesi dalla collera.
Un paio di occhi celesti gonfi di lacrime.
<< Ho detto va via. Non ho bisogno di te. Va via. O diventi come me o vai
via. Tanto se non vuoi fare quello che ti dico, vuol dire che non mi ami.
Perciò va via. Va VIA.>> ordina lui, in tono autoritario, deciso.
<< Tu…non puoi chiedermi questo, lo sai. Hai visto la droga come sta
riducendo te. Come puoi permettere che accada lo stesso anche a me. Ti
prego, ragiona. La droga non cancellerà i tuoi problemi. Non cancellerà le
violenze di tuo padre. Sta solo cancellando quello che eri, quello che di
buono c’eri in te. Tu non stai cancellando i problemi, ti ripeto, tu stai
cancellando la tua vita e con essa anche me. Ti supplico… lascia che io mi
rivolga a quel centro di cui ti ho parlato. Lì ti aiuteranno. Io ti starò
vicino… >> lo imploro.
<< Cosa vuoi saperne tu di me, dei miei problemi…sei solo una ragazzina
viziata che della vita vera non sa e non saprà mai nulla. Se vuoi continuare
a stare insieme a me, ti devi adattare. O diventi come me, o mi dici
addio.>> ribadisce, più fermo di prima.
Nessuna protesta.
Un pianto sommesso.
Il capo che si china.
L’ultimo sguardo.
L’ultimo imploro.
L’addio.
Quando tornai nuovamente al presente, una lacrima scivolò lungo la gota.
Cercai di rilassarmi, ma in me, causato dall’ultimo ricordo, si insinuò il
pensiero dell’incubo che avevo preso a fare dopo quel giorno. Dopo il giorno
dell’addio. Quell’incubo sempre identico, che era diventato l’agonia di ogni
mia notte. Lo stesso per cui poco prima avevo gridato e mi ero svegliata di
soprassalto, madida di sudore…
Il suo sorriso. Il sorriso dei tempi migliori. Quello intenso, genuino,
pulito. Quello per cui avevo perso ogni difesa tanto era bello, sin dal
primo istante. Le sue braccia protese verso di me. Io annuisco radiosa,
allungo la mia mano verso di lui. Cerco la sua, ma non la trovo. Finisco per
annaspare disperata, perché non riesco a raggiungerlo, non riesco ad
intrecciare la mia mano nella sua. Poi, all’improvviso, il suo sguardo muta.
Non vi è più traccia di dolcezza. Solo odio, rancore, rabbia. Nel vederlo
non posso fare a meno di trasalire. Un attimo di sbandamento. Adesso ho
paura a prenderlo per mano. Non cerco più di farlo. Non riesco a muovere un
singolo muscolo. Sono immobilizzata, ferma. Respiro a fatica. Le lacrime
bloccate agli angoli degli occhi, le labbra increspate in una preghiera
silenziosa. Lui sorride beffardo, scuote la testa. Mi rivolge un’occhiata di
sfida, poi infila la mano nella tasca dei pantaloni e fa per girarsi.
Piango. Ma non riesco a fermarlo, non riesco a correre per raggiungerlo e
dirgli qualsiasi cosa. E poi ho paura. Ho paura dei suoi occhi. Ma lui dopo
qualche passo, torna indietro. Con un balzo mi raggiunge, mi stringe la mano
nella sua... e un vortice completamente nero, risucchia entrambi. Io cerco
di sfuggirgli, ma più provo ad uscirne, più quello mi risucchia. Più mi
oppongo, più forza impiega per portarmi giù nei suoi abissi. Alla fine mi
arrendo. Chino il capo. Non piango più. Alzo lo sguardo all’improvviso.
Davanti a me c’è un enorme specchio. Riflette la mia immagine. Sgrano gli
occhi. Sono iniettati di rabbia, di odio, di rancore. Proprio come i suoi.
La droga ha cancellato anche me.
Gridai esasperata e scoppiai in un pianto dirotto.
Era bastato semplicemente richiamare alla memoria quell’incubo, per provare
lo stesso terrore, la stessa angoscia, di quando ogni notte lo sognavo
davvero. Sapevo che quell’incubo non stava a rappresentare soltanto la paura
di finire nella trappola della droga, ma anche il lacerante senso di colpa
che provavo, nel pensare di aver abbandonato una persona che amavo al suo
Destino. Ma a sedici anni sei troppo fragile, troppo piccola per combattere
contro un nemico del genere, soprattutto quando dall’altra parte non vi è
nessuna voglia di uscirne. Aveva preferito la droga all’amore, alla vita.
Era stata una scelta, io non potevo farci più nulla. Me ne resi conto
all’improvviso, dopo tanti mesi, me ne resi conto solo quella notte. Esalai
un lungo respiro. Considerai che per lui non ci sarebbe stata più alcuna
possibilità di riscatto, ma per me era diverso. Io avevo sì lo sguardo
oramai spento e disilluso, ma non v’era ancora traccia di un cambiamento
irreversibile. Se mi fossi sforzata, sarei riuscita a tirare fuori
nuovamente quel luccichio di voglia di vivere, di fiducia nei confronti dei
sogni. Quel vortice che aveva risucchiato lui, non aveva ancora risucchiato
me. Io potevo tornare a sorridere, ad amare, a vivere. Certo, non avrei
potuto cancellare ciò che avevo vissuto. Il ricordo sarebbe rimasto per
sempre. Ma almeno avrei potuto cancellarne quel frastuono ossessivo,
roboante. Istintivamente, afferrai l’i-pod sul comodino. Infilai le
cuffiette e misi la musica al massimo. Nella testa cominciarono a risuonare
le note. Niente più silenzio.
Niente più frastuono di ricordi. Solo musica. Luce e musica.
Valentina Pescatore
Racconto SECONDO CLASSIFICATO ex-aequo
IO SCELGO NOI
Tutto era cominciato
quella vigilia di Natale. Non vedevo mai l’ora che passasse il Natale,
odiavo i pranzi e le cene con tutti i parenti di mia madre e sopratutto
odiavo il suo fidanzato che ormai trascorreva il Natale con noi da ben dieci
anni. Carlo Imbrunati, un tipo qualunque senza personalità né carisma, mia
madre era una bella signora, ma non pensavo fosse così stupida da
rimpiazzare mio padre con un tale babbeo. Era stato così difficile accettare
il divorzio che quando mia madre mi aveva presentato quell’imbranato non mi
aveva fatto né caldo ne freddo. I miei sedici anni si vedevano appena, non
assomigliavo neanche un po’ ai prototipi di ragazze della mia scuola, belle
alte e completamente prive di un cervello. Ma questo non mi importava, avevo
le mie poche ma buone amiche e soprattutto avevo lui, il mio Gabriele. Erano
le sei e trenta di un pomeriggio gelato, io me ne stavo distesa sul mio
letto e fissavo il soffitto cercando di non pensare a quella sensazione di
nausea e di debolezza che mi accompagnava da qualche settimana. Mia madre mi
aveva detto che ero solo un po’ agitata, che forse dovevo prendermi un po’
di pausa da tutte quelle ore che passavo sui libri, ma io ero ormai quasi
completamente certa che dentro di me stava crescendo qualcosa di molto più
grande di una semplice stanchezza e stress da scuola, qualcosa che mi stava
piano piano rendendo diversa. Gabriele era entrato e si era seduto sul letto
accanto a me e mi aveva dato un bacio sulla fronte come faceva di solito. Mi
faceva sentire al sicuro ed era l’unica persona di cui non avrei potuto fare
a meno, sapeva darmi tutto quello che mi serviva, e in quel momento avevo
solo bisogno di lui e del suo amore. Mi aveva guardata e mi aveva
accarezzato la pancia.
“ Hai ancora la
nausea?”
“Si Gà, pensi che
dovrei farlo?”
“ Sono due mesi e
mezzo ormai, penso sia il momento Carolina”
Mi alzai dal letto e
aprì il cassettino della scrivania tirando fuori una scatolina che avevamo
comprato insieme qualche settimana prima, ero andata in bagno e avevo
seguito le istruzioni. Poi lo avevo appoggiato sulla scrivania e mi ero
seduta fra le braccia di Gabriele. Tre minuti, solo tre minuti che
sembravano durare giorni, non parlavamo, non avevo paura ma Gabriele si. Lo
sentivo il suo cuore che batteva sulla mia schiena, e sentivo le sue mani
che non erano mai state così fredde. Cercavo di stringerle come per dirgli
–stai calmo amore, sono sicura che è tutto apposto- ma il tempo non passava
iniziavano a salirmi i nervi, quel termometro strano stava lì sopra e ci
avrebbe salvato o rovinato la vita. Non potevo più stare calma,era il
peggior pastrocchio che potevamo fare ma non si poteva tornare indietro
quello era chiaro. L’orologio aveva segnato l’ultimo secondo dell’agonia. Mi
ero alzata piano lasciando cadere di colpo le braccia di Gabriele.
“Allora? Cosa dice?
Quante sono Carolina? Perché continui a fissarlo senza dire niente? Caro!?”
“ Sono in cinta”
Avevo rifatto un altro
test qualche ora più tardi e c’era stata la conferma. Due lineette rosse.
Agitavo il test fra le
mie mani sperando che le lineette si cancellassero, come se cancellando
quelle avrei potuto cancellare anche l’errore che avevamo fatto. Esatto
errore, in quel preciso momento sia io che Gabriele ci sentivamo due
mostri, due persone senza cuore che avevano dato praticamente inizio alla
vita di un essere che sarebbe stato per noi un “ errore”, un qualcosa di
sbagliato, di negativo, un qualcosa che non ci sarebbe servito a niente se
non a piangerci addosso, sedici anni e un problema troppo grande. In quell’
istante avrei voluto chiudere gli occhi e risvegliarmi l’indomani non avendo
più nessuna preoccupazione, nessun dolore, nessuna creatura dentro di me.
Non ci
avevo mai pensato fino
ad allora a quella cosa che i grandi chiamano “ gravidanza”. Si certo, io e
Gabriele volevamo una famiglia, quando saremmo stati adulti e sposati, con
un lavoro. E invece ora a pochi giorni dopo il nostro sedicesimo compleanno
eravamo finiti in un bel guaio. Continuava a passarmi davanti e
piagnucolare, sentivo il nervoso al cervello e avrei voluto spingerlo e
buttarlo di sotto.
“Gabriele vuoi farla
finita? Pensi che se piangi e ti disperi il bambino sparisce?”
-il bambino- lo avevo
detto, mi ero sentita stupida e non grande. Desideravo semplicemente essere
lasciata in pace da tutti per vivere la mia vita con chi e come mi pareva. E
questo bambino cosa voleva da me? Ce lo avevo messo io dentro di me e non lo
sentivo per niente roba mia, lo avevo creato io, con una parte di me e non
riuscivo a sentire nient’altro che dolori. Gabriele bisbigliava parole tra
se e se, fregandosene di me che me ne stavo sul letto priva di emozioni
concrete. Mi ripeteva come per convincermi che forse dovevamo ucciderlo
prima che si fossero formate le unghie, diceva e diceva ma non capivo
niente, come se le parole fossero prive del loro significato, non mi faceva
effetto nulla; se mi avessero detto che avevo una malattia incurabile in
quell’istante non me ne sarei preoccupata, vuota, come in una bolla di
vetro.
“Bene allora dobbiamo
decidere cosa fare, subito, in questo momento”
“ Io credo che
dovremmo dirlo ai nostri genitori”
“ Sei forse impazzita
Carolina? Ce ne dobbiamo sbarazzare e basta non deve saperlo nessuno, sai
che cosa si direbbe
in giro di noi? Che
abbiamo fatto un gesto insensato e che siamo degli assassini. Dobbiamo
liberarcene prima che
qualcuno possa farci
cambiare idea, sarebbe la rovina”
“ Ok e cosa vuoi
fare?”
“ Portarti al
consultorio è chiedere informazioni su come procedere”
“ Ti diranno che a due
mesi e mezzo i il bambino è già più grande di un fagiolo, ha già la sua
forma, è già un umano in
miniatura. Non
acconsentiranno mai”
“ Siamo noi a decidere
cosa fare”
Mi sentivo come
estranea al mondo e quello che mi stava succedendo ma ci misi presto a
realizzare. Gabriele se ne era
andato e io ero dovuta
scendere alla cena della vigilia. Se fino ad allora odiavo il Natale
quell’anno lo detestavo ancora di più. Non avevo mangiato quasi niente, man
mano che iniziavo a capire che non era per niente facile accettare la cosa
che stavo realizzando mi sentivo sempre più male, più agitata e lo stomaco
in gola, come una farfallina chiusa in un barattolo di vetro, senza aria
imprigionata in un qualcosa più grande di lei. Questo bambino sarebbe stato
mio figlio, avrebbe assomigliato a me e avrebbe osato chiamarmi mamma. Solo
sedici anni fa la mia mamma era nei miei panni con la sola differenza che
lei mi aveva sognata per ben otto anni e io, che di questo bambino non ne
avevo mai avuto un pensiero lo avevo trovato nel mio ventre, che si nutriva
del mio cibo e respirava nel mio respiro. Era mio, era il frutto di quello
che c’era tra me e Gabriele, dell’amore che ci portavamo avanti da quando
eravamo piccoli, ma il problema era che io ero ancora piccola, ero ancora
troppo ingenua per affrontare questo. Crescerlo, insegnargli a stare
composto e a rispondere con cortesia, ad essere sempre leale e sincero a non
ferire mai gli altri. E come potevo insegnargli tutto questo se io stessa
dovevo ancora imparare a farlo? La mia adolescenza era appena iniziata e per
colpa “sua” già finita. Non avrei più avuto tempo per gli studi e il mio
sogno di laurearmi in legge, ne per le serate con gli amici e dei
pantaloncini a vita bassa. Ecco perché non lo sentivo mio, perché mi aveva
distrutto e rovinato quel poco che avevo, senza darmi un briciolo di gioia
come molti altri bambini avevano fatto con le loro mamme, come io avevo
fatto con la mia. Se lo avessi distrutto in quel momento, forse avrei
provato solo un senso di sollievo. Non mi sentivo un’assassina, non mi ci
sentivo affatto, come potevo essere un’assassina di un bambino non nato?
Giusto, non c’era, non esisteva, se ne stava solo dentro di me comodo in
attesa che qualcuno si accorgesse di lui. E quando me ne sono accorta mi è
crollato il mondo addosso, come potevo considerarlo se non come un errore?
Un disastro? Una tragedia? Ma non era così, non lo era affatto. La notte non
avevo dormito per niente, sapevo che nel mio letto non ero più sola e una
sensazione di calore mi aveva avvolta, iniziavo a pensare che forse se lui
sarebbe nato da dentro di me, mi avrebbe amata per quello che ero, come
faceva Gabriele e come faceva mia mamma. E io lo avrei imparato ad amare
forse, avrei potuto crescere con lui, mi sarei potuta prendere cura di lui
con le piccole cose. Erano pensieri che si sovrapponevano ad altri, erano
sentimenti che a sbalzi mi frugavano nella testa. Lo voglio o non lo voglio?
Mi chiedevo se ce l’avrei potuta fare o se aveva ragione Gabriele, dovevo
sbarazzarmene.
La mattina di Natale
mi sentivo più angosciata della sera precedente, iniziavo ad avere paura e
un vuoto mi liberava la testa da qualsiasi possibile soluzione. Mia madre mi
aveva abbracciata e mi aveva dato il mio regalo mentre Carlo sulla porta
scattava una delle sue patetiche fotografie. Allora mi ero girata di scatto
e gli avevo urlato di finirla, che non era il caso e me ne ero andata fuori
sulla strada sbattendomi la porta alle spalle. Piangevo forte, sbattevo i
piedi per terra e guardavo il cielo, mi chiedevo perché, perché a me. Ero
disperata e sentivo le vene della testa che pulsavano. Avevo dato un calcio
a un secchio della spazzatura sul marciapiede mentre era sceso giù dalla
macchina di suo padre Gabriele.
“ Sei pronta?”
“ Per cosa Gabrile,
cosa? Pensi che sia così facile prendere una decisione così importante nel
giro di qualche ora? Pensi che sia così facile pensare che dentro me ora c’è
un bambino e noi vogliamo togliergli la vita ancora prima che possa vedere
il mondo? E’ tutto così facile per te? Non pensi che sia qualcosa di più
grande che un semplice sbaglio?”
“ Urla, urla ancora,
continua a dire stupidaggini. Cosa vorresti farne di questo –bambino- ?
Farlo e rinunciare a te e alla tua vita? Lasciarlo in mano ad un mondo che
non avrebbe nessuna giustizia ne per lui ne per te? Carolina non ti daranno
soldi, non ti daranno nessun aiuto vuoi mettertelo nella testa? Non puoi
farcela da sola, questo bambino sarà solo un altro dei tanti bambini di una
ragazza madre dimenticata da tutti. Non potrai più andare a scuola e
trovarti un lavoro decente, vivete con quei pochi soldi che vi lascia tuo
padre, a questo non ci pensi vero? Sei egoista, pensi a questo bambino come
ad un giocattolo, ricorda Carolina che una volta tirato fuori non potrai più
rimandarlo indietro.. Ti prego dimenticati di lui e lascialo svanire come
avevamo deciso ieri sera”
“ Se restiamo insieme
possiamo essere forti, non dico che sarà facile ma potremo imparare ad
accettarlo”
“ Siamo forti,
accettarlo, Carolina parli come se ti importasse qualcosa, è solo un giorno
che sai che esiste non puoi amarlo, basta non dire altro ti prego”
“ No Gabriele, non lo
amo è vero, ma se lo uccido non potrò mai sapere se avrei potuto farlo, ho
bisogno di tempo per capire cosa fare davvero, ho paura, di darti ascolto e
di vivere poi nei rimpianti”
“ Non c’è tempo,
andiamo al consultorio ti prego Carolina, ti prego”
Era poco distante da
casa mia, ma il suo aspetto era meno preoccupante di quanto facesse pensare
il suo nome. C’erano le pareti colorate in azzurro chiaro ed era una stanza
pulita e ordinata. Non c’era nessuno, nessuno il giorno di Natale aveva
rinunciato al pranzo e alla festa in famiglia, noi si, perché ora la cosa
più importante era saperne di più, “non c’era più tempo”.
“Ragazzi che ci fate
qui non è Natale?”
“ Avremmo bisogno di
una consulenza, è molto urgente”
“Bhè, prego entrate
pure, qual è il problema?”
Gabriele aveva
spiegato tutto, per filo e per segno come se il ragazzino a cui piaceva
giocare alla play station e fare la collezione di figurine dei calciatori
fosse svanito la sera prima, era diventato grande in un solo momento, ma
sapevo benissimo che lo era sempre stato, per questo lo amavo.
“ Quindi volete
liberarvi di questo bambino perché non avreste le possibilità economiche per
crescerlo! Siete minorenni per procedere devo parlare con i vostri genitori
e stabilire degli incontri con gli psicologi e l’assistenza sociale”
Io me ne stavo in
silenzio, avrei voluto alzarmi e uscire fuori, sentivo il bisogno di
respirare e di non ascoltare più quelle parole
psicologia,assistenza,economia,aborto. Ero io che portavo in grembo il
nostro bambino e nessuno si interessava a quello che sentivo io dentro.
Cercavo di ripetermi che aveva ragione Gabriele, che prima facevamo prima
avrei potuto ricominciare la mia vita di sempre. Eppure una voce dal
profondo del mio cuore mi spingeva a stare li, con i piedi per terra e a non
lasciarmi convincere. Eravamo in due, due anime in un solo corpo, non c’era
magia ne fantasia, era un fagottino di amore chiuso nella mia pancia. Mi
accarezzavo sperando che quel cosino poco più grande di un fagiolino potesse
sentirmi, poi ritirai via la mano. Di certo se poteva capirmi non avrebbe
avuto una bella idea di me, per lui sarei stata un’ assassina. Nella mia
testa e nel mio cuore scorrevano tante parole che avrei voluto mandare
dritte nel feto “ Sono la tua mamma, ma tu piccolo, ti saresti potuto
meritare di più”. Mi aveva visitata, fatto degli analisi del sangue e poi ci
aveva accompagnati alla porta.
“Bene, allora ci
vediamo oggi pomeriggio con i vostri genitori”
Finalmente fuori da
quella stanza, guardavo Gabriele con i miei occhi grandi e verdi in attesa
che mi spiegasse qualcosa. Non ci avevo capito niente di quello che si erano
detti, il mio bambino aveva concentrato tutta la mia attenzione su di lui,
come se in noi ci fossero state due calamite di senso opposto che piano
piano si avvicinavano per un’attrazione speciale, un legame incredibile e
inspiegabile che attimo dopo attimo cresceva sempre di più.
“ Bene, parlerò con i
miei genitori e tu lo farai con i tuoi, devono sapere tutto e noi dobbiamo
essere fermi sulla nostra idea, non permettere a tua madre di farti
ragionare, noi abbiamo deciso ormai, non è vero Carolina? Caro? Mi stai
ascoltando?”
“Io non voglio”
“ Che cosa?”
“ Io non voglio
ucciderlo, lo voglio Gabriele, non ti chiederò nessun aiuto solo di provare
ad accettarlo”
“ Di nuovo con questa
storia? Ma non hai sentito la dottoressa? E’ già passato troppo tempo”
A casa non era stato
facile iniziare a parlare della questione, avevo le lacrime agli occhi e le
parole uscivano lente. C’era solo mia madre ed era l’unica a cui sarebbe
dovuto importare qualcosa, non di certo a Carlo ne a mio padre che non
vedevo da anni. Mia mamma si era seduta e aveva chiuso gli occhi. Siamo
state così, immobili e in silenzio per circa dieci minuti poi mi ero
inginocchiata ai suoi piedi e avevo poggiato la testa sulle sua gambe.
Accarezzandomi aveva iniziato a piangere e le lacrime erano così grandi che
cadendo mi bagnavano i capelli.
“ Sai Carolina forse è
sbagliato quello che avete fatto, ma questo bambino non ha colpa, ha il
diritto di venire al mondo, sono disposta a starti vicino piccola mia, sai
che lo farò … non farlo. E’ vero Gabriele forse inizialmente non ti starà
vicino ma piano piano capirà che hai fatto la scelta giusta, potrai darle
tutto l’amore di cui ha bisogno”
Me ne ero andata in
camera mia e avevo dormito un po’ ma lo squillo del cellulare mi aveva fatta
svegliare di colpo. Dovevo scegliere, Gabriele e la mia adolescenza o una
vita difficile è vero ma con il mio bambino, il frutto di me, di quella che
sono; amavo Gabriele talmente tanto da voler affrontare qualcosa di così
difficile mentre lui si era tirato indietro mettendomi davanti alla scelta
che mi avrebbe cambiato l’esistenza. Misi una mano sulla pancia e chiusi gli
occhi, in quel momento sentì come se una pallina si fosse mossa e fu allora
che capì veramente che le calamite si erano toccate, che il legame tra me e
il mio bambino si era definitivamente formato. Non avevo dubbi, non ero
ancora una grande donna forse, ma ero certa che ce l’avrei messa tutta per
essere una grande madre. Avevo riattaccato e mi ero rimessa a dormire con un
sorriso sulle labbra. Avevo scelto il mio bambino, avevo scelto noi.
Sara Ciniglio
Racconto SECONDO CLASSIFICATO ex-aequo
LA VITA SENZA META è VAGABONDAGGIO
Quella ragazza sotto il palco, la ragazza più giovane fra tutte, la ragazza
che si abbraccia da sola per ripararsi dal freddo e darsi coraggio, per ciò
che sta per fare, sono io. Fino a poco tempo fa affidavo la mia vita solo
al destino, non mi preoccupavo di nulla, credevo che tutto ciò che mi
succedeva, qualsiasi cosa , questa non dipendesse da me, ma dal fato,
qualcosa più grande di noi. Ho sempre preferito pensarla così in modo da non
dovermi assumere troppe responsabilità, era più facile dare la “colpa” a
qualcos’altro. Arriva un momento, però, in cui capisci che il destino può
essere cambiato e che una singola scelta ne modificherà il cosiddetto “bivio
della vita”: la scelta definitiva , la scelta delle scelte della tua vita.
Mi sono trovata solo pochi giorni fa davanti a questo bivio, che mi ha
portato a dare un peso diverso ad ogni mia azione passata, e la mia scelta è
stata fatta. Manca solo l’ultimo passo, prendere coraggio e agire.
LA MATTINA PRIMA
DAVANTI ALLA PORTA DELLA REDAZIONE.
“Ok, ce la posso fare. Basta che prendo un respiro profondo, busso ed entro.
No, non ce la faccio. Si, devo farcela. Ma come? Oddio Sally! Dai, ragiona,
ce la puoi fare. Sì, ce la posso fare”.
Mentre cercavo di farmi coraggio da sola, perché la mia migliore amica aveva
preferito rimanere a casa sotto le coperte invece di dare conforto a me per
il mio colloquio da giornalista, si apre la porta su cui avrei dovuto
bussare. Prendo lo spigolo dritto sul naso e cado a terra sanguinante. Come
inizio non è male. In fondo , posso farcela. Subito intorno a me si radunano
tre uomini enormi che mi chiedono come sto, tutto ciò che riesco a dire è
:<< Sì! >> , un sì tanto debole che nemmeno li convince. Forse per questo il
mio colloquio è stato un interrogatorio di terzo grado; davanti a me, dietro
la scrivania, il capo della redazione e seduto accanto a me il dottore che
mi medicava.
<< Come si sente?>> mi chiese il dottore.
<<Bene>> risposi io.
<< Che risposta è bene? Signorina, le ho chiesto quanti anni ha!>> ribattè
il capo redazione.
<< Ma stavo rispondendo al dottore … >>
<< Non deve parlare, altrimenti con il movimento continuerà ad uscire sangue
dal naso. È una brutta botta, signorina.>> Proseguì il dottore.
<< Ma come faccio?>> chiesi.
<< Come faccio cosa, signorina? Non le hanno insegnato che a una domanda si
risponde con una risposta e non con un’altra domanda?>> disse il capo
redazione alzando il tono di voce.
Dopo mezz’ora ero fuori schedata come pazza, come una che non capisce le
domande e non sa parlare. Nuovamente senza lavoro. Per consolarmi decisi di
andare a casa della mia amica anche a costo di doverla svegliare.
DAVANTI ALLA PORTA DI CASA DI BIANCA
Una volta entrata e raccontata la mia storia questo fu il conforto che
ricevetti: << Ahahaahahah no, non ci credo! Ahahahahha che mi sono persa!
Rimpiango di non essere venuta! Ahahaah >>.
<< Tu ci scherzi! Beata te, io non lo trovo per niente divertente, anzi …
>>.
<< Dai stasera ci rifacciamo con il concerto dei Bones Cruw! >>.
<< Con il concerto di chi scusa??>>.
<< Mia cara Sally, non mi dire che non conosci i Bones Cruw!?!>>.
Iniziò così una digressione dalla quale riuscii solo a capire che i Bones
Cruw erano una delle band più famose di Aprilia. Suonavano rock’n’roll e
quella stessa sera si sarebbero esibiti in un pub di Latina. Perdersi un
evento del genere, dal punto di vista di Bianca, sarebbe stato impossibile
e, visto che le voglio bene decisi di accompagnarla. Della buona musica
avrebbe fatto bene anche a me dopo una giornata del genere, ma questi sono
dettagli!
<< Ti passo a prendere io allora, ok?>> << Ok!!>>
DAVANTI ALLA PORTA DELL’INGRESSO DEL LOCALE
Descrivere tutta la gente che c’era è praticamente impossibile! A quanto
sembrava era vero ciò che diceva Bianca, perdersi un evento del genere era
impensabile! Gente che si ubriacava, altra che per poco non faceva a botte,
altra intenta a farsi offrire una birra dal proprio amico. Tipica gente di
un tipico pub. Notai le locandine del gruppo sparse per le pareti del locale
e non so perché uno dei quattro musicisti aveva un’aria familiare. Iniziai a
pensare dove mai l’avessi potuto vedere e notai che tutto ciò che osservavo
mi faceva sentire impaziente senza nemmeno sapere il perché. Amo il rock, la
birra ,i pub e la gente, ma non so perché dopo aver visto quella foto ero
diventata come irrequieta. È possibile che una persona possa capire o
immaginare cosa stia per accadere? Io mi sentivo così, come se avessi saputo
che qualcosa stava per succedere. Sul palco dopo poco che ero arrivata
finalmente salirono i Bones Cruw tra le grida del pubblico. Alla
presentazione dei membri del gruppo per poco non mi sentii male. Il
chitarrista si chiamava come mio padre. Come il padre che non ho mai avuto
la possibilità di conoscere, il padre che avevo visto solo in foto. Lui
aveva abbandonato me e mia madre quando ero solo una bambina molto piccola.
Anche se ero sempre stata bene con mia madre, sentivo che mi mancava
qualcosa. Adesso dopo 16 anni avevo la possibilità di conoscere mio padre.
Non sapevo se essere arrabbiata con lui perché in tutti quegli anni non mi
era mai venuto a trovare, o se essere felice o essere triste. Non sapevo
che cosa fare. Decisi di uscire per prendere un po’ d’ aria fuori, troppe
cose mi giravano per la testa. Bianca da vera amica mi seguì senza fare
domande. Mi era amica dai tempi dell’asilo ed oramai eravamo in simbiosi, al
punto che , ne ero certa, aveva già capito tutto. La mia reazione era stata
determinata dall’aver sentito il cognome del chitarrista dei Bones Cruw, un
gruppo formato da 50enni. Tutto tornava. Rimanemmo là fuori in silenzio, non
in un silenzio imbarazzante, ma uno di quei silenzi che ha la capacità di
parlare perché riesci a captare i pensieri dell’altro. Parlammo a lungo in
quel silenzio. Solo dopo tanto mi disse : << Sally, devi parlargli. Io fossi
in te vorrei sapere tante cose. Avrai delle domande da fargli, no? Vai da
lui e vedi come reagisce, non sai cosa potrà capitarti, ma credimi, se non
andrai da lui passerai il resto della tua vita a chiederti ciò che ora stai
pensando. Questa è la tua occasione, Sally. Hai la possibilità di scegliere
se conoscere tuo padre o se rimanere con il dubbio e rimpiangerlo per tutta
la vita.>>
L’abbracciai e insieme tornammo dentro.
Mi piazzai sotto il palco, tra le altre ragazze che cantavano a squarciagola
le canzoni che mio padre aveva composto. Mi misi là sotto per guardarlo, per
avere la possibilità di osservarlo, credendo che attraverso dei gesti avrei
potuto capire che persona fosse. Quando finì il concerto scesero tutti e
quattro dal palco. Tutte si buttarono sul cantante e mio padre ebbe la
possibilità di andare a riposarsi al bancone del bar per prendersi una
birra. Io lo seguii. Mi notò, ma non penso avesse capito chi fossi.
<< Ehi! ciao!>>
<< Ciao … >>
<< Sei una fan del gruppo?>>
<< Diciamo di sì…>>
<< Bene, volevi chiedermi qualcosa?>>
<< Sì, papà.>>
Le pupille dei suoi occhi si dilatarono. Questo è ciò che ricordo di quella
sera, la sera che mi ha cambiato la vita. Aver capito chi fosse mio padre,
aver avuto la possibilità di parlargli e di rimanerci in contatto. Ora so
tutto di lui e il mio obiettivo è di non perderlo un’altra volta.
Questa è la mia meta.
Noemi Reali
Latte e caffe'
Apro
gli occhi, guardo la sveglia, è ancora troppo presto per alzarmi.
Chiudo gli occhi, mi giro, mi rigiro nel letto.
Provo a riprendere il sonno interrotto ma non c' è verso, non ho più voglia
di dormire.
Tutto intorno a me è silenzio.
E' bello il silenzio! Mi infonde una sensazione di pace!
Mi alzo, mi pare così incredibile tutto questo silenzio! Come se al mondo ci
fossi solo io. Come se tutto fosse solo per me!
Guardo fuori dalla finestra. Il cielo sembra pece, cade una leggera
pioggerellina, i lampioni illuminano la via, ma non c'è ancora alcun segno
di vita.
Preparo il caffè e metto a scaldare del latte e in attesa, dò un'occhiata al
giornale del giorno prima scegliendo l'articolo che più mi interessa e
iniziare così la mia giornata come del resto faccio da tanto tempo.
Guardo di nuovo fuori dalla finestra, non è cambiato gran chè. I lampioni
accesi, la pioggerellina continua a cadere, il cielo è nero e qualche rara
macchina comincia a passare.
Ecco... qualche finestra si illumina e c'è un uomo chiuso nel suo giubbotto
che frettolosamente cammina. Poi ne arriva un'altro, passa una macchina e
un'altra ancora.
Piano piano la città comincia a svegliarsi, a prendere vita.
Ma il cielo è sempre nero.
Io sono quì a crogiolarmi nel tepore della casa e non ho alcuna voglia di
affrontare la giornata. Voglio rimare quì, al caldo!
Il borbottio della caffettiera mi sorprende così come mi sorprende quel
profumo..... preparo la mia tazza di caffè e latte, la stringo tra le mani e
quel calore mi dà una sensazione di benessere e mentre continuo a guardare
fuori mi accorgo che si è alzato il vento e a gran fatica sposta qualche
nuvola.
Che strana sensazione questa mattina mi ha fatto bere la mia solita tazza di
latte e caffè!|
Adesso la città è davvero sveglia. I lampioni sono spenti, le macchine sono
padrone della strada e diverse persone si affrettano lungo la via,
cominciano a vedersi anche i ragazzi che con i loro zaini gonfi e pesanti si
dirigono verso la scuola per affrontare una nuova giornata.
Tutto è in fermento.
Tra le nuvole scure che a stento si spostano, all'improvviso sembra aprirsi
uno spiraglio di luce leggera leggera e allora la decisione è presa.... Non
rimarrò quì nel tepore della mia casa, tra le mie cose, affronterò la
giornata quale essa sia.
Camminerò anch'io frettolosamente nella via come quei passanti, come quei
ragazzi, ognuno con qualcosa da fare, ognuno preso dalle proprie cose, tutti
presi dalla propria quotidianità. Tutti stretti nei propri giubbotti, con i
propri pensieri ma tutti pronti a partecipare alla vita.
Quello spiraglio di luce che a gran fatica si è fatto largo in quel cielo
color pece magari ci accompagnerà per tutta la giornata e chissà, forse ce
la farà a rischiararlo tutto.
Rina Fantoni
Due e Due
Mi guardo intorno. Siamo un gruppo di 20 persone, di circa cinquant’anni,
riunite qui in un’ aula scolastica di scuola media, abituata a vedere altri
tipi di alunni, per imparare a usare il computer. E’Il primo giorno, ognuno
seduto davanti al proprio computer lo guarda speranzoso e impaziente di
usarlo. L’insegnante però prima deve spiegarci un po’ di teoria e noi qui,
pronti a partire ma in attesa del via ………….
Poi, tutti col nostro dito indice, abbiamo schiacciato il primo tasto di
avvio. Non saremo più gli stessi dopo il corso. Anche se non lo useremo,
sapremo più o meno di cosa si tratta o perlomeno delle infinite cose che si
possono fare con questo nuovo mezzo. Saremo perciò entrati in una nuova
dimensione, sconosciuta, che può avere sviluppi sorprendenti e inattesi, se
solo lo vorremmo.
Abbiamo gli occhiali scivolanti, le facce sorprese, deluse, imploranti,
curiose. E’ caldo, molto caldo, è estate. Fuori dalle vetrate dell’aula le
rondini volano in formazione, sembra che vogliano entrare delle finestre
spalancate. Poi, mentre quasi stanno per picchiare contro i vetri, volano
verso l’alto e spariscono alla nostra vista. Dove vanno? Si sente anche una
cicala che sta su un grande pino verde, coi suoi nuovi germogli lucenti,
l’aria è appiccicosa e la luce accecante. E mentre ascolto un po’ annoiata
la lezione di teoria, il pensiero va a un’altra estate,di diversi anni
fa………………
Facendo un saltello per schiacciare una zanzara, Marco rimase in bilico in
una posizione su un piede solo, pendente, tutto inclinato verso destra. E
diceva ahi! Ahi! Siccome è grande e grosso e per di più era seminudo, la
situazione era comica e ho cominciato a ridere. Lui continuava a lamentarsi,
poi piano piano è riuscito a sedersi e, attraverso la ricezione, facemmo
chiamare un medico. Eravamo in albergo a Grosseto, agosto, caldo infernale.
In precedenza avevamo tentato di aprire una noce di cocco nella vasca da
bagno. Ma rompere il guscio di una noce di cocco, senza un qualsivoglia
attrezzo adatto, si era rivelata una missione impossibile e ci era rimasta
la voglia di mangiarla. La noce di cocco, intatta, trionfante, era là come
a sfidarci. La situazione comica precedente più la posizione, l’espressione
di Marco mi facevano ridere, però non era proprio il caso. Venne il medico:
lombosciatalgia; si era verificato per la prima volta un episodio che poi
negli anni a venire sarebbe diventato un malanno ricorrente per Marco.
Eravamo lì perché il giorno dopo lui avrebbe dovuto prendere lavoro in una
nuova sede, una località marina nelle vicinanze, nella bella e selvaggia
Maremma. Guarito alla meglio dal mal di schiena, Marco e io andammo a stare
in una casa ammobiliata per tutta l’estate, in attesa di rientrare poi alla
fine della trasferta. Furono mesi bellissimi. Marco lavorava di giorno e la
sera uscivamo a spasso per questi tranquilli paesini nei dintorni, tra
gente cordiale e semplice. Era la prima volta che avevo tempo per me, senza
orari, senza lavori da svolgere, senza colleghi, senza fretta.
Davanti alla casa c’era un grande spiazzo, arso dal sole con un solo grande
albero frondoso al centro. Tutti i pomeriggi arrivava un anziano tenendo per
mano una donna anziana. Si sedevano sotto l’albero. Lei non ci stava con la
testa, smaniava, si alzava, si muoveva, gesticolava. Lui le parlava con
dolcezza, l’accarezzava, le teneva la mano. Poi, a sera, se ne andavano. Il
sole così forte, la luce esagerata, l’odore della terra bruciata, l’albero
verde e il giallo dell’erba seccata, il canto delle cicale, mi sembrava di
essere in un quadro del mio amato Vincent. Ogni pomeriggio li aspettavo per
guardarli dalla finestra. Avrei potuto andare a parlargli, forse,
conoscerli, forse, ma ho preferito mantenere la poesia che mi suscitavano e
il mistero di immaginarmi ogni giorno una nuova storia su di loro, la loro
vita, la loro condizione attuale.
Molti anni sono passati, non ho dimenticato mai quei miei vecchietti. Perché
io vorrei rimanere per sempre all’ombra di un grande albero, con accanto una
persona che mi ama e che mi tiene una mano, qualunque cosa possa accadere
intorno a noi.
Quando, tempo dopo, ho visto un quadretto naif con disegnati due vecchietti
che fanno un pic-nic e che mi ricorda quei due, l’ho comperato e da allora
sta’ sempre nella camera da letto mia e di Marco. Ci fanno compagnia.
Giulia Fantoni
(Dedicato a Matteo)
La mia pensione
Nella mia vita ho vissuto momenti belli e meno
belli. ..
L ‘avvenimento più bello è stato il mio
matrimonio. Ho sposato Giuseppe, un uomo buono, comprensivo, di sani
principi: l'uomo che io desideravo.
Ha dedicato la sua vita alla famiglia e
al lavoro. Abbiamo avuto tre figli, ai quali ho dedicato tutto il mio tempo
e le mie attenzioni, impegnandomi allo stesso tempo anche nel mio lavoro con
serietà. Insieme, serenamente siamo giunti al quarantesimo anno di
matrimonio. Con tanti sacrifici da parte di entrambi, siamo riusciti a
costruirci una casa, in campagna.
Da quando lui è in pensione
si occupa dell' orto, abbiamo persino le piante di olivo e così si diletta
a coltivarle. Infatti a novembre,
dopo averle raccolte, le porta al frantoio
ricavandone l'olio.
Il tempo che ho trascorso in fabbrica mi
sembrava tempo perso,
perché ho sempre amato la vita all'aria aperta.
Ero
solita ripetere alle mie colleghe che se fossi riuscita a non lavorare più
in fabbrica,
mi sarei dedicata solo ai miei figli e alla mia casa.
Il sogno di
non dover più lavorare, e dedicarmi solo
ai figli e alla casa, mi ha aiutato ad andare avanti per molti anni, fino a
quando un giorno è successo un evento molto
importante ...
...
Era il primo gennaio 1996.
Quel giorno mi hanno
chiamata e finalmente mi hanno dato la notizia
che aspettavo da anni...
- Da oggi cambi abitudini,
non dovrai più alzarti presto
al mattino,
perché vai in pensione - mi sono sentita finalmente
dire.
Rimasi senza parole,
non sapevo se credere o non credere a
questa notizia.
Era
troppo bella per essere vera; chiesi se
fosse uno scherzo. Mi confermarono che era vero. Sentivo
il mio cuore che batteva forte,
per quanto ero emozionata.
Mi sembrava
impossibile.
Qualche giorno dopo ho festeggiato il desiderato
evento con la mia famiglia, le mie amiche, le colleghe ...
E tra un augurio e l'altro,
alla fine della festa, mi sono alzata in piedi e ho detto a tutti:
"Ragazzi, si
è aperto un nuovo periodo della
mia vita,
comincio
a respirare l'aria
"libera",
non quella chiusa in una fabbrica; la vita mi ha fatto un regalo, mi ha dato
la libertà, che non mi aspettavo così presto, ora voglio
fare tante cose nuove,
quelle che non ho fatto quando ero giovane."
...
Mi sentivo rinascere ...
Casi incominciai a viaggiare per conoscere il
mondo, perché fino a quel momento conoscevo solo il mio paese. Andavo a
tutte le feste dei paesi vicini; sono andata anche a scuola di ballo. Quando
le mie amiche mi cercavano non mi trovavano mai in casa: ero sempre in posti
diversi.
- Hai finito di girare? - mi dicevano, quando
riuscivano a trovarmi.
- Sono rimasta chiusa in fabbrica 35 anni, ora
che mi hanno ridato la mia libertà voglio vivere libera -rispondevo loro -
Questa nuova vita voglio viverla intensamente senza perdere nulla, prendendo
tutto ciò che mi si presenta con amore, perché la vita è bella e quando sei
felice sembra di volare. E io voglio "volare!"
- così continuavo a dire gioiosamente.
...
E volando
qua e
là sono
passati
gli
anni.
Più tardi
poi incontrando
delle
colleghe
di lavoro
e raccontandoci
della nostra
vita,
ho
notato
che più di
una era
diventata
nonna.
Questo
mi faceva
pensare
...
Allora
ho
cominciato
a chiedere
in famiglia:
"Potrei
essere
una brava
nonna?".
I miei
figli mi
hanno guardata
con stupore,
sono rimasti
un attimo in silenzio.
Dopo un po'
mi hanno risposto:
"Potresti
essere
una brava
nonna
se avessi
dei nipoti";
allora
ho domandato
ai
miei figli perché
non ci
pensassero
seriamente.
E Marco
mi ha
risposto:
"Non
sperare
in me perché
io e Viviana
ci siamo
lasciati,
rivolgiti
a Daniele".
E Daniele
a sua
volta
mi ha
detto:
"Mamma
io
la
ragazza
non ce
l'ho,
rivolgiti
a Serena."
E Serena
ha sopraggiunto:
"Mamma
tu lo
sai che
sto per
partire,
vado a
studiare
in Portogallo;
quando
torno
vedrò".
Dopo
dieci
mesi
Serena
è tornata;
tutti eravamo
orgogliosi
di lei
per la
sua
bravura,
ma dopo
qualche
tempo
mi diceva
che,
purtroppo,
con
Davide
era
tutto finito.
Così, l'unica
possibilità
che mi
rimaneva
per sentire
la gioia
di
essere nonna
era quella
di adottare
un bambino.
A distanza di due mesi è venuta
ad abitare vicino alla
nostra casa una
giovane
coppia,
lui
tunisino
di trentadue
anni
di nome
Mongi,
lei polacca
di venticinque
anni
di nome
Iwona; lei
era
incinta
di otto
mesi.
lo e Iwona
abbiamo
incominciato
a chiacchierare,
lei mi
raccontava
della
sua vita.
Qualche
giorno
dopo,
sentitami
chiamare,
mi sono accorta
che
Iwona
aveva
bisogno
di aiuto,
stava
male
e immediatamente
l'ho
accompagnata
al Pronto
Soccorso
di
Aprilia.
I medici
hanno
rilevato
dei problemi
a causa
della
gravidanza.
All'inizio
hanno
pensato
che il bambino
fosse posizionato
trasversalmente,
spingendo
così sul
rene
che
le
provocava
dolore.
Dopo qualche
giorno
il problema
si è
ripresentato,
siamo
ritornate
in ospedale,
le hanno detto
la stessa
cosa e
l'hanno
rimandata
a casa
con tutti
i dolori.
Ritornate
poi
per
l' ennesima
volta in
ospedale,
dopo vari
esami,
si sono
resi
conto
che il dolore
era causato
dal
rene pieno
di calcoli.
I forti
dolori che
avvertiva
erano
coliche.
Cosi,
questa
volta
è stata
ricoverata
per preparare
la nascita
del
bambino,
le
hanno
fatto
il cesareo.
Il bambino
è
nato, tre
settimane
prima del
tempo, sano
e bello
e lo hanno
chiamato Karim.
Da quel
giorno quei ragazzi
sono entrati
a far parte
della
mia famiglia,
ho accompagnato
Iwona
e il
bambino ovunque;
per ogni
altro problema
possono
sempre
contare
su
nonna
Bruna.
Ora Karim
ha venti
mesi e
la
prima parola
che ha
pronunciato
è stata
"nonna".
Così anche il
mio desiderio di sentirmi chiamare
"nonna"
si è realizzato.
Quel
bambino ci
ha proprio conquistato
tutti! E da quando c'è
lui nella nostra casa aleggia un' atmosfera
di gioia. Dal momento in cui Karim corre nella nostra casa, c'è
Nina, la cagnolina di quattro anni,
che non lo lascia in pace.
Nina
è gelosa,
perché
ha capito
che Karim le sta togliendo tutte le attenzioni che prima
avevamo
solo
per
lei e,
quando
Karim
vuole
salire sul divano, lei lo prende
per i pantaloni e lo tira giù.
Sono come
due bimbi che non
vanno d'accordo.
La pensione oltretutto mi ha consentito di
realizzare il desiderio che avevo da molti anni, di occuparmi delle persone
che hanno bisogno di aiuto; poiché prima non potevo farlo per il lavoro e i
bambini piccoli.
Se riesco ad aiutare qualcuno mi sento
orgogliosa e soddisfatta, come se avessi ricevuto un bel regalo.
Da quando sono a casa dedico volentieri molto
tempo ai miei figli viziandoli con tante attenzioni.
Penso di averli abituati così bene da
spegnere in loro il desiderio di andare via di casa.
Perciò ho proposto a mio marito di
andarcene "noi" a vivere da soli.
Bruna Meggiorini
Il saluto
Era proprio quello che aveva aspettato tutta la settimana: una sorta di
misteriosa armonia profumata, il rumore dei suoi passi sulle foglie secche
del sottobosco, la luce del sole mattutino filtrata tra i rami dei castagni,
l’ odore tipico del settembre nelle Langhe. Tutto perfetto, la realizzazione
del desiderio, finalmente a funghi! Come tutti i veri cercatori si è
allontanata dal gruppo, vuole rimanere sola, nessuno deve scoprire i suoi
<<posti>>, prezioso patrimonio del vero appassionato. Procede lentamente, lo
sguardo fisso sul terreno alla ricerca di piccoli indizi ben precisi; ogni
tanto, con il suo bastoncino, delicatamente rimuove qualche foglia. E’ un
segugio sulle tracce della preda. Ad ogni fungo scoperto, un tuffo al cuore,
adrenalina pura. Il tempo assume una valenza diversa. Di emozione in
emozione, le ore scorrono più veloci. Soprattutto se, come in questo caso,
il cestino tende a riempirsi. E’ lì che annusa, scruta attentissima, con la
testa bassa quando un rumore di passi la sorprende; è ferma, alza lo
sguardo.
Occhi chiari vivissimi, viso cotto dal sole, capelli candidi, un cercatore
autoctono molto seccato dal fatto di scoprire un estraneo sul territorio che
ritiene di sua esclusiva ricerca.
Andare a funghi è un’arte scientifica, una battaglia chirurgica contro la
natura che nasconde il fungo, celandolo con mille trucchi e
stratagemmi. Anni di esperienza, passione,dedizione …
Il vero cercatore è depositario di un patrimonio antico e segreto come
segreti devono rimanere i suoi <<posti>>, nemmeno al figlio prediletto
rivelerà mai i suoi preziosissimi siti!
“Salve” dice lui brusco, del salve non si può fare a meno nei boschi
piemontesi,” buondì” risponde lei mentre si chiede chi sia costui, che osa
calpestare uno dei suoi <<posti>>. Gli sguardi s’incrociano, definirli
battaglieri è solo un dolce eufemismo. Ironico, un sorriso si delinea sul
viso dell’ anziano mentre, forte dell’ annosa esperienza, lancia una
sbirciatina nel cestino della nostra amica che, suo malgrado, si sente
improvvisamente in difficoltà. Anche lei ha sbirciato, nella sporta dell’
avversario ce ne sono di più.
Stranamente lui ora è perplesso, indeciso. Si chiede: “lo dico o lascio che
se lo mangi?”… Poi all’ improvviso, come spinto da una forza al di sopra di
sopra di tutto e di tutti, diventa quasi gentile e indicandole un funghetto
rosa che lei ha raccolto convinta fosse un <<sanguigno>>, le dice di stare
attenta perché, pur essendo molto simile al <<sanguigno>>, quello è cattivo,
molto cattivo.
Poi gira le spalle , un salve e via, quasi dispiaciuto di essere stato leale
con una <<foresta>>
Anna Pucci